Rapporto Inps: al lavoro più stranieri. Più figli con lo smart working

Il lavoro da remoto può aiutare le famiglie ad avere figli. I lavoratori stranieri, intanto, rappresentano una parte sempre più importante dell’occupazione e del sistema contributivo italiano. Sono due delle indicazioni più significative contenute nel XXV Rapporto annuale dell’INPS, che descrive un Paese nel quale mercato del lavoro e demografia sono ormai inseparabili.

Disoccupazione ai minimi, ma salari più fragili

La fotografia generale presenta alcuni segnali positivi. Nel 2025 i lavoratori assicurati all’INPS hanno raggiunto quota 27,2 milioni, con una crescita del 6,8% rispetto al 2019. I dati più recenti dell’Istat indicano inoltre 24,3 milioni di occupati nel maggio 2026, un tasso di occupazione del 63% e una disoccupazione scesa al 5%. Dietro questi numeri rimangono però salari fragili, carriere discontinue e una partecipazione femminile ancora molto inferiore a quella maschile.

Una delle novità più interessanti del Rapporto riguarda lo smart working. Prima della pandemia era quasi inesistente, mentre oggi interessa circa il 9-11% dei lavoratori del settore privato. La sua diffusione resta molto disomogenea: è concentrata soprattutto nelle aziende più grandi, nelle professioni maggiormente digitalizzate e nel settore pubblico.

Più smart: uguale più natalità e più equità

L’INPS ha analizzato le storie lavorative e familiari di milioni di persone, confrontando settori e territori con diversa possibilità di lavorare da remoto. I risultati mostrano che le madri occupate nei contesti con maggiore accesso allo smart working registrano, nell’anno successivo alla nascita di un figlio, redditi superiori di circa 1.100-1.300 euro. Per le donne che utilizzano concretamente questa modalità, la perdita di reddito legata alla maternità – la cosiddetta child penalty – può ridursi fino all’87%.

Non si tratta soltanto di una maggiore tutela dello stipendio. La possibilità di lavorare in modo flessibile risulta associata anche a una probabilità più elevata di diventare madri per la prima volta o di avere un altro figlio. E l’effetto non riguarda esclusivamente il lavoro della donna: quando anche il padre può lavorare da remoto, diminuiscono le perdite economiche della madre, probabilmente grazie a una distribuzione più equilibrata del tempo e dei compiti familiari.

Un supporto più esteso è necessario

Il Rapporto invita però a non considerare lo smart working come una soluzione isolata. Gli incentivi economici, come l’Assegno unico, possono sostenere la natalità, ma rischiano di allontanare alcune madri dal mercato del lavoro quando non sono accompagnati da servizi. Il Bonus asilo nido, al contrario, aumenta sensibilmente la probabilità di mantenere o trovare un’occupazione tra le beneficiarie. Natalità e lavoro femminile dipendono quindi dall’integrazione tra reddito, servizi per l’infanzia, stabilità professionale e flessibilità organizzativa.

Dipendenti ‘stranieri’ al 14,3%

L’altra grande trasformazione riguarda l’immigrazione. Tra il 2019 e il 2025 gli assicurati INPS provenienti da Paesi extra-UE sono aumentati del 35,5%. I lavoratori dipendenti stranieri sono ormai poco più di tre milioni, pari al 14,3% del totale: circa uno su sette. La crescita è dovuta interamente alla componente extraeuropea, passata, tra i dipendenti, da circa 1,7 milioni nel 2019 a 2,5 milioni nel 2025.

La presenza straniera è particolarmente elevata nell’agricoltura, nel lavoro domestico, nelle costruzioni, nella logistica, nella ristorazione, nelle pulizie e in diversi comparti manifatturieri. In alcuni settori gli immigrati rappresentano ormai circa un lavoratore su quattro. Non sono quindi soltanto una risposta alla carenza di manodopera, ma una componente strutturale della capacità produttiva e della base contributiva italiana.

La sostenibilità del sistema

Il messaggio del Rapporto è chiaro: in un Paese che invecchia e nel quale nascono sempre meno bambini, la sostenibilità del welfare non si difende intervenendo soltanto sull’età pensionabile. Servono lavori stabili e adeguatamente retribuiti, servizi che rendano possibile avere figli senza rinunciare alla carriera e una gestione dei flussi migratori fondata su formazione, regolarità e integrazione.

La crisi demografica, insomma, non è soltanto una questione di nascite. È anche una questione di organizzazione del lavoro, parità tra donne e uomini e capacità di accogliere e inserire chi arriva dall’estero. Il futuro della previdenza comincia molto prima della pensione: comincia nelle aziende, nelle famiglie e nella qualità del lavoro di oggi.

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