Adozioni internazionali, strada stretta nell’Italia senza figli

Adozioni internazionali in forte flessione negli ultimi decenni. In un’Italia che fa sempre meno bambini diminuiscono anche le persone disposte a intraprendere questo percorso. L’articolo di Maria Novella De Luca pubblicato online da Repubblica il 12 luglio, “Benedetta Rossi e l’attesa infinita per un’adozione internazionale: 4 anni e bimbi sempre più grandi”, riporta l’attenzione su una scelta ormai affrontata da poche famiglie. Un itinere lungo, complesso, sottoposto a valutazioni successive e dipendente dalle norme e dalle condizioni politiche dei Paesi di provenienza.

Non è necessariamente un sistema concepito per scoraggiare, ma l’effetto concreto può essere quello di ridurre la disponibilità delle coppie a iniziare o proseguire il cammino.

Il report 2025, flessione marcata in quindici anni

Il Rapporto 2025 della Commissione per le Adozioni Internazionali registra 527 famiglie che hanno concluso la procedura chiedendo l’autorizzazione all’ingresso di un minore straniero. I bambini arrivati in Italia sono stati 664, contro i 691 del 2024. Nel confronto con gli anni immediatamente precedenti la Commissione parla di una sostanziale stabilità, ma la prospettiva storica mostra una contrazione profonda: nel 2010 gli ingressi erano stati 4.130. In quindici anni le adozioni internazionali si sono quindi ridotte a circa un sesto del massimo raggiunto.

A pesare non è un solo ostacolo. Per le procedure concluse nel 2025 sono occorsi mediamente 50 mesi dalla dichiarazione di disponibilità fino all’autorizzazione all’ingresso: poco più di quattro anni. Circa metà del tempo viene assorbita dalla fase compresa tra il conferimento dell’incarico all’ente autorizzato e l’abbinamento con il bambino. Il dato medio nasconde inoltre forti differenze: circa 43 mesi per l’Ungheria, quasi 52 per l’India, 50 per la Colombia, mentre per le Filippine si arriva a 86 mesi.

I tempi dipendono dalle verifiche italiane, ma soprattutto dalle procedure dei Paesi di origine: cambiamenti legislativi, passaggi amministrativi e giudiziari, carenza di personale, crisi geopolitiche e necessità di accertare che per il minore non esistano possibilità di accoglienza nella propria famiglia allargata o nel proprio Paese. Sono garanzie pensate per tutelare i bambini, ma che rendono l’esito e la durata della procedura difficilmente prevedibili.

Nel frattempo è cambiato anche il profilo dei minori adottabili. Nel 2025 il 70% dei bambini accolti rientrava nella categoria degli “special needs”, espressione che non indica soltanto disabilità gravi. Comprende minori con più di sette anni, fratelli da non separare, bambini con problemi sanitari, traumi o difficoltà relazionali. L’età media è di 6,8 anni e il 47,3% ha superato i sette anni. Ungheria, India e Colombia rappresentano insieme circa la metà degli ingressi. L’adozione internazionale riguarda dunque sempre meno neonati e sempre più bambini con storie complesse, per i quali sono necessarie disponibilità familiari specifiche.

Genitorialità in Italia

Il fenomeno si colloca in un Paese nel quale anche la genitorialità biologica diventa più rara. Nel 2025 in Italia sono nati 355 mila bambini, il 3,9% in meno rispetto al 2024, mentre il numero medio di figli per donna è sceso al minimo di 1,14. Le coppie con figli costituiscono ormai il 28,4% delle famiglie; quelle formate da una sola persona sono il 37,1%.

Non esiste un rapporto automatico tra denatalità e adozioni, ma i due andamenti descrivono la stessa trasformazione: un’Italia nella quale si diventa genitori meno spesso e più tardi. L’adozione internazionale rimane formalmente possibile, ma è diventata una strada stretta, selettiva e lunga, che richiede di sostenere anni di attesa prima ancora che una nuova famiglia possa realmente cominciare.

 

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