La Milano delle torri, degli hotel pieni e dei ristoranti internazionali poggia su un’altra città, quasi invisibile. L’articolo di Miriam Romano pubblicato da Repubblica il 12 luglio, “I duecentomila lavoratori schiavi che tengono in piedi Milano”, parte dalla ricerca Working poor di PoliS-Lombardia.
Nella Città metropolitana il 18,8% degli occupati riceve una paga oraria inferiore ai due terzi del salario mediano, oltre 200 mila persone. “Schiavi” è la definizione giornalistica; lo studio misura più precisamente lavoratori poveri, non necessariamente irregolari, ma retribuiti troppo poco per vivere dignitosamente in una delle città più costose d’Italia.

Tutto comincia da Expo?
Il dato descrive il rovescio della trasformazione avviata con Expo 2015. Milano ha abbandonato definitivamente l’identità prevalentemente industriale per diventare una “host city”: turismo, eventi, moda, design, ristorazione, immobiliare, logistica e servizi personali. Lo stesso Piano di governo del territorio riconosce che dopo Expo il turismo ha scoperto margini prima inespressi; nel 2023 gli arrivi hanno raggiunto il record di 8,5 milioni. La città si è arricchita, internazionalizzata e resa più attrattiva, ma ha anche moltiplicato lavori non delocalizzabili e spesso poveri: pulire camere, sorvegliare edifici, consegnare pasti, movimentare merci, cucire borse, assistere anziani.
Gig economy
La gig economy è la rappresentazione più visibile del nuovo modello. Il rider appare autonomo, ma turni, consegne e remunerazione sono governati dall’algoritmo. L’inchiesta milanese su Foodinho-Glovo ha portato al controllo giudiziario della società e l’ha spinta a proporre aumenti, arretrati e un confronto per un contratto collettivo. Non è soltanto una vertenza sui fattorini: è il tentativo di stabilire se l’innovazione possa scaricare tutto il rischio d’impresa sull’ultimo lavoratore della catena.

Il paradosso attraversa l’intera economia lombarda. Alberghi e ristoranti denunciano la mancanza di addetti, eppure proprio nel comparto alloggio e ristorazione il 42,6% dei lavoratori milanesi è sotto la soglia del basso salario.
Grazie Tunisia
ATM, non trovando conducenti sufficienti, ha selezionato trenta autisti in Tunisia, offrendo contratto, alloggio iniziale e formazione prima dell’ingresso in servizio. È una scelta razionale e anche un esempio di migrazione regolare; rivela però che il problema non è soltanto formare lavoratori, ma rendere sostenibili salari, turni e costo dell’abitare.
Lo stesso vale per le fabbrichette della manifattura e per i laboratori della moda. PoliS rileva che la quota di working poor calcolata sulla paga oraria raggiunge il 34,9% nelle imprese fino a nove dipendenti e scende al 4,1% in quelle con oltre 250. Gli stranieri sono particolarmente esposti: circa il 40% è sotto la soglia, contro l’11% degli italiani. Le catene di appalti e subappalti permettono ai grandi marchi di mantenere margini e reputazione, mentre il costo viene compresso nell’anello più debole.

Regolarizzare è meglio
Le inchieste della Procura di Milano hanno già prodotto 69 mila assunzioni, stabilizzazioni o regolarizzazioni. Nel 2025, inoltre, l’Ispettorato del lavoro ha concluso 2.017 verifiche nell’area metropolitana: il 60,6% ha accertato irregolarità, coinvolgendo migliaia di persone tra lavoro nero, interposizione illecita e sfruttamento. Non si tratta dunque di episodi marginali, ma di un metodo economico diffuso, che attraversa settori moderni e attività apparentemente tradizionali.
Ma punire i casi estremi non basta. La Lombardia ha bisogno di immigrati e di lavoro manuale, ma soprattutto di contratti veri, appalti trasparenti, controlli, formazione e salari compatibili con la vita reale. Altrimenti la città globale continuerà a brillare grazie a una forza lavoro che non può permettersi di abitarla.


