Under 30 risorsa scarsa mercato del lavoro. Cercasi animatori…

SOMMARIO

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Le imprese italiane cercano giovani. Ma sempre più spesso non riescono a trovarli.

È uno dei dati più significativi emersi dall’indagine Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ripresa dal Sole 24 Ore nella sezione Imprese e Territori e presentata nel contesto della Conferenza nazionale delle Camere di commercio, dedicata quest’anno a “Europa e Giovani”. Secondo l’indagine, tra il 2021 e il 2025 la difficoltà di reperimento ha riguardato quasi un giovane under 30 su due.

Il Sistema Informativo Excelsior monitora stabilmente i fabbisogni professionali e formativi delle imprese italiane, con rilevazioni mensili e un lavoro di analisi che coinvolge il sistema camerale e il Ministero del Lavoro. Non si tratta quindi di una percezione episodica, ma di una fotografia strutturale del rapporto, sempre più complesso, tra formazione, competenze e mercato del lavoro.

Il dato diventa ancora più interessante se si guarda ai profili più difficili da reperire. Non mancano solo figure altamente specializzate come matematici, statistici, analisti dei dati, progettisti e amministratori di sistemi. Le imprese faticano a trovare anche meccanici, agenti immobiliari, disegnatori industriali e persino profili più tradizionali o considerati “desueti”, come animatori turistici, acconciatori, parrucchieri ed estetisti.

Mismatch regionale

È un elenco che racconta molto. Il mismatch non riguarda soltanto le professioni digitali o le competenze tecnologiche avanzate. Attraversa settori diversi, livelli formativi diversi, territori diversi. Colpisce il Sud in modo particolarmente allarmante, ma investe anche il Centro-Nord, dove pure si concentrano molti distretti produttivi e filiere industriali. Pesano le trasformazioni demografiche, l’invecchiamento della popolazione attiva, l’orientamento scolastico spesso debole, ma anche le migrazioni intellettuali: giovani che si spostano non solo verso l’estero, ma anche da un territorio italiano all’altro, lasciando scoperte intere aree del Paese.

Il tema si collega direttamente anche al lavoro del CNEL e di Unioncamere sul mismatch tra domanda e offerta. Il primo report indicava una difficoltà di reperimento del personale pari al 48% a livello nazionale, con criticità forti nei settori metalmeccanico, elettronico, informatico e delle telecomunicazioni. Il secondo report ha confermato che il problema resta strutturale, anche se la difficoltà complessiva si è leggermente attenuata nel secondo semestre 2025.

Immigrazione necessaria, corporate giving lungimirante

Tra le soluzioni indicate emerge anche un tema inevitabile: favorire canali ordinati di immigrazione qualificata e accompagnata. Secondo Unioncamere, una delle strade riguarda le esperienze di formazione nei Paesi di origine, anche nel quadro del Piano Mattei: percorsi capaci di preparare competenze prima dell’arrivo in Italia, collegando fabbisogni delle imprese, mobilità regolare e sviluppo dei territori di partenza.

Ed è qui che il corporate giving può assumere un significato più maturo. Per molto tempo la responsabilità sociale d’impresa è stata letta soprattutto come donazione, sostegno a buone cause, restituzione alla comunità. Tutto questo resta importante. Ma davanti a un divario così evidente tra giovani, competenze e lavoro, il corporate giving può diventare anche uno strumento concreto per costruire capitale umano.

Investire in formazione, orientamento, borse di studio, percorsi professionalizzanti e competenze digitali non significa solo “fare del bene”. Significa ridurre uno dei principali colli di bottiglia dell’economia contemporanea. Significa aiutare i giovani ad arrivare preparati alle opportunità. E significa sostenere le imprese nella costruzione delle professionalità di cui avranno bisogno.