Le piccole e medie imprese italiane mostrano un’attenzione crescente verso l’Africa come nuovo – e in larga parte ancora inesplorato – terreno di sviluppo.
Demografia dinamica, crescita economica sostenuta e una popolazione giovane e incline all’utilizzo delle tecnologie digitali sono considerati fattori decisivi e altamente incoraggianti. Elementi che fanno intravedere una possibile svolta verso quel progresso spesso evocato ma non ancora pienamente realizzato nel continente.

Queste e altre evidenze sono emerse dalla ricerca “Voglia d’Africa 2026”, presentata a Milano presso l’Hotel dei Cavalieri. Lo studio, realizzato da Human Highway e illustrato dal fondatore Giacomo Fusina, offre una fotografia aggiornata del sentiment delle PMI italiane nei confronti del continente.
“I dati rivelano – ha sintetizzato Fusina – che la maggior parte dei partecipanti all’indagine considera l’Africa l’area geografica più promettente al mondo per i prossimi trent’anni, spinta da una forte crescita demografica e dall’espansione della classe media”.

Un panorama di opportunità sempre più ampio
L’indagine evidenzia un interesse più marcato verso l’Africa Orientale, pur delineando un quadro ‘geografico’ molto articolato e ricco di potenzialità.
Sebbene tra chi ha risposto all’indagine (circa 300 operatori) prevalgano le società di consulenza e i servizi B2B, l’attenzione si estende a diverse regioni, con una predilezione per mercati come Kenya, Senegal e Marocco. La conoscenza diretta e le reti di contatti locali emergono come importanti motori degli investimenti, tanto quanto e più dei canali istituzionali.
Le aziende segnalano tuttavia sfide rilevanti legate alla burocrazia, all’instabilità politica e alla fragilità delle infrastrutture. Nel complesso, il documento delinea una visione dell’Africa come frontiera strategica di lungo periodo, pur senza ignorarne i rischi strutturali.
Il ruolo di Alice for Children e Vadoinafrica.com, il supporto di Ebury
Lo studio, patrocinato da Alice for Children, attiva in Kenya da 20 anni a sostegno di ragazze e ragazzi che vivono ai margini della discarica di Dandora e nelle comunità Maasai di Rombo, è stato realizzato con il contributo decisivo di VadoinAfrica.com – network di imprese e professionisti coordinato da Martino Ghielmi – e con il supporto di Ebury, fintech internazionale specializzata in pagamenti e transazioni globali.
La conoscenza diretta del territorio emerge come il principale driver degli investimenti, più determinante persino della tipologia di prodotto da introdurre o produrre in loco.
La consulenza specializzata è percepita come il canale privilegiato per avvicinarsi ai nuovi mercati.
A livello di vincoli e timori, le aziende già attive e quelle non ancora operative identificano criticità simili, pur attribuendo loro pesi diversi. Le imprese con esperienza diretta percepiscono minori difficoltà riguardo a infrastrutture, burocrazia e tensioni sociali rispetto a chi non ha ancora operato sul campo.

Una sezione specifica dell’indagine è dedicata al Kenya, ampiamente considerato dalle imprese intervistate un Paese ad alto potenziale.
Alla domanda “Se decidessi di lavorare in Kenya, quali step seguiresti?” la maggioranza indica il ricorso a consulenti specializzati; un numero significativo riconosce inoltre il valore del supporto delle ONG radicate nel territorio.
Masi, Buscemi, Ghielmi, Caliandro e tanti altri. Gli interventi della giornata
Prima della presentazione dei risultati da parte di Fusina c’è stato l’intervento introduttivo di Diego Masi, presidente di Alice for Children e autore del libro Il Secolo Africano. Masi ha dichiarato gratitudine a tutti gli intervenuti e, tra gli altri, in particolare, a Human Highway, che ha realizzato la ricerca Voglia d’Africa 2026 pro bono, e poi a Ghielmi e Vadoinafrica.com, coinvolti nella realizzazione di questa iniziativa e quindi Martina Caliandro di Ebury (“Fanno un lavoro egregio, siamo clienti loro…” ha raccontato il presidente di Alice for Children), co-sponsor di questa iniziativa. Un grazie anche a Raffaele Secchi, professore dell’Università Carlo Cattaneo LIUC, che ha coordinato le tre tavole rotonde di discussione successive.

Masi ha indirizzato “un saluto speciale” ad Elena Buscemi, presidente del consiglio comunale di Milano.
Il fondatore di Alice for Children ha precisato: “Abbiamo promosso questa ricerca, ma la nostra natura non cambia e resta identica: rimaniamo una ONG, ci occupiamo di interventi umanitari, seguiamo 4.500 bambini da quando riusciamo a intercettarli (molto spesso lavoratori nella discarica di Nairobi) nelle baraccopoli per portarli a scuola e poi fino al lavoro. Li facciamo specializzare attraverso le nostre accademie nel digitale e nella cucina italiana garantendogli così più chanches d’impiego. Questo è e rimane il nostro compito. E’ vero però che la nostra filosofia d’azione, From Slum To Job, ci porta inevitabilmente a entrare anche nelle tematiche del lavoro”.

Masi ha così lanciato l’idea di un network ‘ambrosiano’ per il continente africano. “L’Africa oggi è un argomento romano. Ma nella Capitale– ha osservato – si concentrano soprattutto sul ruolo in quel continente delle partecipate pubbliche e delle grandi aziende nazionali. Penso così che se c’è un livello romano, c’è aperto anche uno spazio milanese, che potrebbe chiamare in causa soprattutto la piccola e media impresa, le nostre università, gli istituti di ricerca, le associazioni delle imprese lombarde e la politica regionale”.

Buscemi, intervenendo subito dopo, ha ringraziato il fondatore di Alice for Children: “Sono contenta di essere qui non soltanto per un motivo istituzionale, ma perché ritengo molto importante – nel quadro dei grandi mutamenti geopolitici in corso – ascoltare esperti, scenaristi e vari attori impegnati che possono suggerire non solo alle imprese in quale direzione andare. Lo sguardo più largo ad un Africa che sarà protagonista del nostro prossimo futuro è obbligatorio. E’ lì che ci giocheremo la possibilità di non essere più la solita ‘vecchia’ Europa, ma una nuova Europa all’altezza delle grandi sfide che abbiamo davanti. Diritti umani, accoglienza, attenzione a chi soffre – ha continuato Buscemi – fanno parte del mio bagaglio e storia politica. Sono un dovere. Ma assieme a questo approccio sociale c’è anche un altro livello economico e politico che non va dimenticato, ci sono grandi potenzialità nell’Africa da considerare. Quale ruolo può avere l’impresa, quale la Lombardia? Cosa si può fare in termini di formazione ma anche di politica industriale? Concordo con Diego – ha concluso Buscemi – sulla necessità che esistano prospettive e network non soltanto romani ma anche ‘milanesi’ sui temi legati all’Africa. E’ ispirante, infine, l’esperienza bella e luminosa di Alice for Children”.

Il potenziale da esplorare
A confermare l’esistenza di un potenziale ancora largamente inesplorato, soprattutto in aree naturalmente predisposte al dialogo con il sistema delle PMI italiane, sono poi state le testimonianze di Pietro Zambaiti, vicepresidente dell’Associazione Italia–Corno d’Africa, e Martino Ghielmi, CEO di VadoinAfrica.com (ViA Group Srl), come detto tra gli ispiratori dell’iniziativa.
Che lo spazio di opportunità nel continente africano non riguardi solo la tradizionale manifattura italiana, ma anche il fronte più dinamico della trasformazione digitale lo hanno raccontato Sergio Fumagalli, già parlamentare e segretario della Commissione Industria, e Gabriele Faggioli, direttore scientifico dell’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection del Politecnico di Milano.
Mentre nell’ultimo panel si è parlato del sostegno finanziario alle imprese interessate a operare nel continente africano. Lo hanno fatto Marco Belletti, amministratore delegato di Azimut Libera Impresa SGR S.p.A., Paule Ansoleaga Abascal, Head of Italy di Arcano Partners, ed Eugenia Martini Donati di iGravity.

Kenya chiama Milano e viceversa
La ricerca indica il Kenya, ovvero il territorio dei progetti umanitari di Alice for Children, come una delle realtà più promettenti in cui intraprendere. Ha colto questo spunto Sally Mmuhia Beacco, Viceministro agli interni di Nairobi, che ha partecipato al convegno e ha portato i suoi saluti e l’invito a tutti gli operatori a visitare il paese. E non solo per motivi turistici.
Beacco ha ricordato il livello alto della formazione keniota, la riconosciuta e veloce alfabetizzazione digitale del paese. Sottolineando come il governo stia investendo fortemente nelle infrastrutture in generale e in quelle scolastiche in particolare. “I giovani kenioti parlano bene l’inglese, sono tanti e sono smart. Da noi – ha conc.uso – ci sono tutte condizioni di base favorevoli per far intraprendere le nostre PMI”.
La ricerca non si limita a fotografare una tendenza e un sentiment precario o instantaneo. Ma vuole rimanere a monitorare quanto accade, primo passo per la costruzione di un osservatorio stabile ed ambrosiano sul rapporto tra imprese italiane. PMI e Africa: una relazione necessaria in un momento in cui il continente si conferma sempre più centrale negli equilibri economici globali.



