Siamo davvero nell’era del G-Zero? Cosa cambia nell’area che è diventata quella più hot, il Medio Oriente, in termini di confronto tra Usa e Cina, Iran e Israele, sunniti e sciiti, oriente e occidente? Ian Bremmer è un politologo, imprenditore e autore americano, tra i massimi esperti mondiali di rischio geopolitico. È famoso per aver fondato nel 1998 l’Eurasia Group, la principale società di consulenza e ricerca sui rischi politici ed economici a livello globale.
Ebbene, Bremmer ha teorizzato il concetto di “mondo G-Zero“, indicando così un vuoto di leadership globale in cui nessuna nazione o gruppo di Paesi ha abbastanza peso economico o politico per guidare l’ordine mondiale.
Ebbene, secondo questa tesi il Medio Oriente entra nel G-Zero non perché il potere e la forza militare siano scomparsi, ma perché nessuno sembra più in grado di trasformare questi fattori in vettori di ordine stabile, a proprio vantaggio e non solo.
Usa e Iran, cosa consegue
Rientra in questa fenomenologia anche l’accordo appena delineato tra Stati Uniti e Iran: il focus non è tanto il giudizio sull’intesa in sé, fragile, contraddittoria e ancora tutta da verificare, quanto ciò che essa rivela.
Secondo il politologo l’America resta il più forte attore militare della regione, ma non è più percepita come un garante affidabile. L’Iran non è stato neutralizzato. Israele non è più visto da tutti come elemento con interessi all’equilibrio. E gli stati arabi, anche quelli più ricchi e più armati, non vogliono più trovarsi esposti alle conseguenze di decisioni prese altrove.
Da qui nasce la descrizione di un nuovo Medio Oriente diviso in due campi: da una parte il blocco “abramitico”, centrato su Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti; dall’altra una sorta di fronte “islamico” o “neo-sunnita”, con Arabia Saudita, Turchia, Pakistan ed Egitto come attori principali. Questo secondo blocco però non è una coalizione naturale. È un aggregato di necessità dalla tenuta incerta e tutta da dimostrare, nel medio periodo.

Contraddizioni?
Turchi e arabi dalla stessa parte? Sì, ma solo fino a un certo punto. La memoria storica dell’Impero ottomano pesa ancora nel mondo arabo. La Turchia di Receip Erdoğan ha ambizioni espansive, influenza religiosa, industria militare, droni, intelligence e un’idea autonoma e ambiziosa del proprio ruolo nell’area e nella storia. L’Arabia Saudita, invece, ragiona da potenza conservatrice, custode dei luoghi santi, regista finanziaria e potenza di equilibrio.
I due Paesi possono convergere contro l’Iran, contro l’eccesso di iniziativa israeliana e contro l’imprevedibilità americana. Ma difficilmente – qualunque cosa pensi Bremmer – possono fondersi in una vera architettura strategica comune. Più che un’alleanza, sarebbe una piattaforma di hedging: una polizza assicurativa contro il fallimento del vecchio ordine.
Anche l’Egitto, in questa geometria, è un alleato indispensabile, ma non dominante. Porta demografia, esercito, geografia, controllo del Canale di Suez e una centralità storica nel mondo arabo. Ma oggi è meno che un leader, è un contrafforte. Il Cairo ha bisogno di risorse, stabilità e protezione economica. Può dare profondità araba a un’intesa guidata da Riyadh, ma non sembra avere né la forza finanziaria né l’energia politica per esserne il motore. È un attore grande, non necessariamente un attore principale (o viceversa).
E l’Africa Orientale?
La partita mediorientale, però, non si ferma al Golfo. Scende lungo il Mar Rosso, arriva nel Corno d’Africa, tocca il Kenya, l’Etiopia, la Somalia, il Sudan. Perché oggi il Medio Oriente non è più solo Medio Oriente: è una cintura strategica che va da Hormuz a Bab el-Mandeb, dai porti del Golfo alle coste africane, dalle rotte energetiche ai corridoi commerciali verso l’Oceano Indiano.

In questo quadro, l’Etiopia è il caso più interessante. Addis Abeba non “sta” semplicemente con qualcuno: prova a costruirsi uno spazio autonomo. Ma se bisogna collocarla dentro la nuova geografia delle alleanze, l’Etiopia è più vicina al fronte Emirati-Israele che non al blocco arabo guidato da Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Somalia. Il motivo è evidente: il suo avversario regionale principale è l’Egitto, con cui resta aperto il dossier della diga GERD sul Nilo, e il suo obiettivo strategico è tornare ad avere accesso al mare. Da qui l’interesse per Somaliland, Berbera, il Mar Rosso, e dunque per una rete in cui Emirati e Israele hanno un ruolo crescente. Reuters ha raccontato come la rivalità tra Arabia Saudita ed Emirati si stia ormai proiettando direttamente nel Corno d’Africa, coinvolgendo Somalia, Sudan, Etiopia, Eritrea e Somaliland.
La partita di Addis Abeba
L’Etiopia, quindi, gioca una partita da potenza continentale: guarda agli Emirati per investimenti e logistica, a Israele per tecnologia, sicurezza e cooperazione economica, alla Turchia per droni, mediazione e industria militare, alla Cina per infrastrutture e capitale politico. Non è un’alleanza ideologica. È una postura da Paese accerchiato che cerca sbocchi, partner e margini di manovra. Anche i rapporti recenti con Israele confermano questa direzione: nel gennaio 2026, Addis Abeba e Tel Aviv hanno discusso di energia, infrastrutture, investimenti, commercio e apertura di un trade office israeliano in Etiopia.

Il Kenya, invece, è più leggibile. Nairobi resta strutturalmente più vicina agli Stati Uniti e al fronte occidentale, pur mantenendo un pragmatismo molto africano nei rapporti con Cina, Golfo e mondo arabo.
La partita di Nairobi
La designazione del Kenya come Major Non-NATO Ally degli Stati Uniti nel 2024 ha sancito un salto di qualità nella relazione di sicurezza con Washington. Ma Ruto non vuole apparire come un semplice alleato americano: cerca investimenti, accesso ai mercati, accordi commerciali. Per questo tratta con gli Emirati, con cui il Kenya ha firmato nel 2025 un Comprehensive Economic Partnership Agreement, e continua a coltivare la Cina, che rimane essenziale per infrastrutture, commercio e credito.
La differenza tra i due amici e fratelli Ruto e Abiy è questa: Addis Abeba ha un problema esistenziale di accesso al mare e di competizione con l’Egitto. Nairobi ha invece un problema di equilibrio: restare partner affidabile degli Stati Uniti, non perdere la Cina, attrarre capitali del Golfo, proteggere i propri lavoratori nel Medio Oriente e non farsi trascinare in una guerra di blocchi.
Il Kenya sta più vicino agli Stati Uniti e agli Emirati, ma continua a fare quello che molti Paesi africani faranno sempre di più: non scegliere un campo definitivo, scegliere di volta in volta il partner più utile. Nel nuovo G-Zero mediorientale, anche l’Africa orientale impara a muoversi così: non come periferia, ma come secondo fronte della stessa partita.