Pochi giorni fa si è tenuto a Freetown, in Sierra Leone il 69° vertice dell’ECOWAS. I Paesi dell’Africa Occidentale si sono impegnati per conseguire cambiamenti di vasta portata all’interno di questa zona del continente. Sullo sfondo il turno di presidenza del capo di Stato senegalese, il sempre più emergente Bassirou Diomaye Faye, ma anche le critiche alla Guinea, che non ha accettato le sanzioni impostele dall’organizzazione. Tra gli snodi più concreti, la firma dell’accordo tra l’ECOWAS e i Paesi coinvolti nel progetto del gasdotto Nigeria-Marocco. Un accordo allargato che segna un passaggio che va ben oltre l’avanzamento di una grande infrastruttura energetica. L’intesa, annunciata nei giorni scorsi, conferisce infatti un sostegno politico e istituzionale a un’opera concepita ormai da un decennio, trasformandola da iniziativa bilaterale tra Abuja e Rabat in un progetto di integrazione regionale destinato a ridisegnare gli equilibri dell’Africa occidentale.

Nigeria e Marocco trainanti
Dietro questa accelerazione si intravede però una convergenza di interessi tra i due principali promotori dell’opera. Da un lato la Nigeria del presidente Bola Tinubu, che punta a riaffermare il proprio ruolo di potenza guida dell’Africa occidentale dopo anni segnati da instabilità interna, difficoltà economiche e crescente competizione geopolitica nel Sahel. Dall’altro il Marocco di re Mohammed VI, protagonista negli ultimi anni di una decisa offensiva diplomatica ed economica verso l’Africa subsahariana.
Dopo il rientro nell’Unione Africana nel 2017, Rabat ha investito massicciamente in banche, assicurazioni, agricoltura, telecomunicazioni e infrastrutture nei Paesi dell’Africa occidentale, costruendo una rete di relazioni che oggi trova nel gasdotto il proprio naturale completamento.
Il progetto rappresenta quindi l’incontro tra due strategie complementari: la Nigeria mette a disposizione le maggiori riserve di gas del continente, mentre il Marocco offre il proprio posizionamento geografico come porta d’accesso ai mercati europei e la crescente influenza diplomatica costruita lungo la costa atlantica africana.

Entrambi, inoltre, hanno interesse a rafforzare il fronte dei Paesi costieri proprio mentre il Sahel vive una fase di profonda frammentazione politica.
Le potenzialità del gasdotto
Il gasdotto, lungo circa 6.800 chilometri e con una capacità stimata di circa 30 miliardi di metri cubi di gas all’anno, dovrebbe collegare la Nigeria al Marocco attraversando tredici Paesi dell’Africa occidentale prima di connettersi alla rete europea attraverso la Spagna. Parallelamente è stata annunciata la nascita della African Atlantic Gas Pipeline Company, con sede a Casablanca, chiamata a guidare un investimento valutato intorno ai 25 miliardi di dollari. La rilevanza dell’accordo emerge soprattutto osservando la situazione dell’ECOWAS. Negli ultimi anni l’organizzazione regionale è stata profondamente indebolita dai colpi di Stato in Mali, Burkina Faso e Niger, culminati nell’uscita dei tre Paesi e nella nascita dell’Alliance des États du Sahel (AES).
Due fronti
La frattura ha ridotto la capacità dell’ECOWAS di incidere sul piano della sicurezza e della stabilità politica, lasciando emergere due diverse visioni dell’integrazione regionale: da una parte il blocco costiero guidato da Nigeria, Costa d’Avorio, Ghana, Senegal e sostenuto dal Marocco; dall’altra il nuovo asse saheliano sempre più vicino a Russia e Algeria.
È proprio in questo quadro che il gasdotto assume un significato strategico. L’infrastruttura non nasce soltanto per esportare gas verso l’Europa, ma per creare un corridoio energetico lungo tutta la costa atlantica, collegando Nigeria, Benin, Togo, Ghana, Costa d’Avorio, Liberia, Sierra Leone, Guinea, Guinea-Bissau, Gambia, Senegal, Mauritania e Marocco. L’obiettivo è favorire la produzione elettrica, sostenere l’industrializzazione dei Paesi attraversati e rafforzare l’integrazione economica dell’Africa occidentale.
Il progetto entra inoltre in diretta competizione con il Trans-Saharan Gas Pipeline promosso da Algeria, Nigeria e Niger. Se quest’ultimo attraversa un Sahel oggi segnato da instabilità politica, presenza jihadista e crescenti difficoltà di sicurezza, il corridoio atlantico viene percepito come una soluzione più stabile, sebbene più lunga e costosa.

Marocco vs Algeria
La competizione tra i due tracciati riflette la rivalità geopolitica tra Marocco e Algeria, che da anni si confrontano per l’influenza sul Nord Africa e sul Sahel. Sul progetto convergono infine interessi che superano il continente africano.
Dopo la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina, l’Unione europea ha accelerato la ricerca di nuovi fornitori di gas, individuando nell’Africa occidentale uno dei principali bacini di approvvigionamento del futuro. Allo stesso tempo Cina, Paesi del Golfo, Turchia e Russia stanno ampliando la propria presenza economica e strategica nella regione, trasformando le infrastrutture energetiche africane in uno dei principali terreni della competizione globale. Più che un semplice gasdotto, quello tra Nigeria e Marocco rappresenta dunque il tentativo di costruire un nuovo asse geopolitico lungo la costa atlantica africana. La firma dell’ECOWAS certifica la volontà dei Paesi rimasti nel blocco di rilanciare l’integrazione economica attraverso grandi opere infrastrutturali, mentre Nigeria e Marocco cercano di assumere il ruolo di architetti dei nuovi equilibri energetici e politici dell’Africa occidentale.