Con Emmanuel Macron a Nairobi, durante un atteso meeting franco-africano, Africa Report ha realizzato una lunga intervista al presidente francese. La sensazione è che Parigi voglia provare a ridefinire il ruolo di Parigi nel continente: “La Francia non è la predatrice del XXI secolo”, sostiene con enfasi nell’intervista Macron, cercando di prendere le distanze dall’immagine neocoloniale che negli ultimi anni ha profondamente logorato la presenza francese in Africa.
Le parole arrivano in un momento di cambiamento del panorama geopolitico. Nel Sahel – da Mali a Burkina Faso fino al Niger – una serie di colpi di Stato militari, spesso accompagnati da retoriche sovraniste e apertamente filorusse, ha ridimensionato drasticamente l’influenza transalpina. Le basi francesi sono state smantellate o ridotte, gli accordi militari cancellati, mentre è cresciuto lo spazio politico e simbolico occupato da Russia, anche attraverso reti paramilitari e campagne di comunicazione anti-occidentali.
Macron cambia Africa
Macron a Nairobi pare tentare una importante operazione: da un lato riconoscere gli errori storici francesi – paternalismo, ambiguità politiche, dipendenza economica – dall’altro evitare che il ‘ritiro’ francese venga interpretato come il tramonto definitivo dell’Europa in Africa.

Il messaggio implicito è chiaro: la Francia vuole ancora essere un partner strategico del continente, ma prova a presentarsi con un linguaggio diverso, più economico e meno militare, più orientato a investimenti, innovazione, cultura e relazioni tra pari.
Altro che il Sahel
Non è casuale che questa narrativa venga rilanciata proprio in Kenya. Nairobi rappresenta un’altra Africa rispetto al Sahel: un hub finanziario, tecnologico e diplomatico dell’Africa orientale, meno segnato dalla memoria coloniale francese e più aperto a una competizione globale tra potenze. Qui la partita non si gioca solo sulla sicurezza, ma su infrastrutture digitali, intelligenza artificiale, logistica, energia, fintech e formazione delle nuove classi dirigenti africane.
In questo contesto, la Francia cerca di riposizionarsi come attore europeo capace di offrire qualcosa di diverso sia rispetto alla Cina – di cui è percepito l’approccio opportunistico – sia rispetto alla strategia più securitaria e intermittente, ma ora anche transattiva degli Stati Uniti. Ma il problema per Parigi resta la credibilità: in molte aree africane la retorica della “partnership tra eguali” si scontra con decenni di Françafrique, interventi militari e relazioni opache con élite locali.
Ed è proprio qui che emerge una frattura interessante nel continente. Nell’Africa occidentale francofona cresce la contestazione anti-francese; nell’Africa orientale invece molti governi sembrano adottare un approccio più pragmatico e multipolare: cooperare con Cina, Golfo, Europa, Turchia, India e Stati Uniti contemporaneamente, senza affidarsi a un solo blocco geopolitico.
Il continente non vuole più essere “campo di influenza” di qualcuno, ma soggetto politico ed economico autonomo, capace di negoziare con tutti e dipendere sempre meno da chi, per decenni, ne ha scritto la traiettoria dall’esterno.

In Mali intanto…
Mentre a Nairobi si apre l’“Africa Forward Summit”, il vero convitato di pietra resta il caos del Sahel. Perché proprio mentre la Francia tenta una sorta di revanche diplomatica nell’Africa orientale, nel cuore subsahariano che per decenni aveva rappresentato la propria area d’influenza si sta consumando una crisi che mette in discussione non solo la presenza europea, ma anche il progetto russo costruito negli ultimi anni attorno alle giunte militari del Mali, del Burkina Faso e del Niger.
In Mali il quadro è diventato estremamente fragile. La promessa dei golpisti filorussi di riportare sicurezza e sovranità nazionale si scontra oggi con una realtà molto più complessa: il jihadismo continua ad avanzare in vaste aree del Paese, mentre nel nord tornano a riemergere spinte indipendentiste tuareg che Bamako non riesce realmente a controllare. La presenza russa – passata dalle reti Wagner alle nuove strutture di sicurezza vicine al Cremlino – appare meno solida di quanto sembrasse solo un anno fa. E così il Sahel si ritrova intrappolato in un dilemma geopolitico quasi insolubile: l’uscita dell’influenza francese non ha prodotto ordine, mentre il nuovo asse russo mostra limiti evidenti sul piano economico, militare e politico.
A Nairobi la Francia non sta tornando davvero “in Africa”: sta piuttosto cercando una nuova Africa in cui tornare. Non più il vecchio spazio francofono del Sahel, oggi politicamente tossico per Parigi, bensì l’Africa orientale anglofona, tecnologica, commerciale, finanziaria. Nairobi diventa così il simbolo di questa mutazione strategica.
Il summit
Il summit riunisce oltre trenta leader africani, migliaia di imprenditori, fondi di investimento, grandi gruppi francesi come Orange e TotalEnergies, insieme a figure come Aliko Dangote. Al centro ci sono intelligenza artificiale, green economy, energia, blue economy, finanza climatica, agricoltura e logistica. È una Francia che prova a presentarsi come piattaforma di investimenti più che come potenza militare.
Gli affari conclusi? “Nell’ambito del rafforzamento del partenariato strategico tra Kenya e Francia, i nostri due Paesi hanno firmato 11 strumenti volti ad approfondire la cooperazione nei settori strategici delle nostre economie”, ha dichiarato Ruto. Sottolineando, in particolare, la valenza del progetto di riabilitazione e modernizzazione della ferrovia suburbana di Nairobi, del valore di 83 milioni di sterline (pari a 12,5 miliardi di scellini kenioti), pilastro fondamentale programma di modernizzazione del trasporto urbano.

E L’Europa?
Emerge però anche il limite dell’azione congiunta europea in questo quadrante. La Francia rilancia la propria influenza con il vertice di Nairobi; l’Italia, pochi mesi fa, aveva costruito il proprio protagonismo ad Addis Abeba attorno al Piano Mattei di Giorgia Meloni.
La Germania si muove soprattutto sul piano industriale e logistico, mentre il Regno Unito presidia sicurezza e finanza. Persino le grandi narrazioni strategiche europee sembrano spesso la somma di tanti interessi nazionali paralleli più che una reale politica africana comune.
Il paradosso italiano è emblematico: il Piano Mattei viene presentato come architrave della nuova presenza italiana in Africa, ma perfino alcuni familiari di Enrico Mattei hanno chiesto di non utilizzare quel nome per operazioni che rischiano di apparire più comunicative che sistemiche.
Il piano di Ruto
Nel frattempo però William Ruto continua a giocare su più tavoli contemporaneamente. Ricevuto in gran pompa a Roma, protagonista a Washington, interlocutore privilegiato di Macron e dei vertici G7, Ruto sta conducendo una campagna internazionale permanente che ha anche una forte dimensione interna: rafforzare la propria immagine globale mentre in Kenya crescono tensioni sociali, proteste giovanili e critiche sul costo della vita.
E tutto questo avviene mentre la guerra con l’Iran ridefinisce gli equilibri regionali tra Golfo, Mar Rosso, Oceano Indiano e Mediterraneo. Le rotte commerciali che collegano Asia, Africa orientale ed Europa tornano centrali. I porti di Mombasa, Gibuti, Durban e quelli del Golfo diventano nodi geopolitici oltre che economici. La sicurezza marittima, le supply chain energetiche, i cavi digitali sottomarini e i corridoi logistici assumono un peso enorme nel riposizionamento delle potenze globali. Non è un caso che la Francia annunci proprio a Nairobi nuovi investimenti strategici sul porto di Mombasa.
Lo snodo chiave
L’impressione finale è che l’Africa non sia più il margine del sistema internazionale ma il luogo dove si stanno ridefinendo contemporaneamente gli equilibri tra Europa, Russia, Cina, Golfo e Stati Uniti. E l’Europa, pur intuendo la centralità del continente, continua ancora troppo spesso a muoversi in ordine sparso: tante strategie nazionali, molti summit, molte dichiarazioni. Ma ancora poca visione davvero continentale.