Ruto in vantaggio nella corsa alle presidenziali 2027. Ecco la strategia

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William Ruto corre davanti nella corsa alla rielezione, puntando su una abile e concreta strategia di politica interna ed un super movimentismo in politica estera. Nonostante un clima sociale difficile – tasse in aumento, costo della vita elevato, consenso debole nelle grandi città e proteste della Generazione Z –  Ruto si avvicina alle elezioni presidenziali del 2027 da una posizione di forza.

Il paradosso è evidente: un presidente poco amato ma politicamente solido. La spiegazione sta nel fatto che Ruto ha smesso di inseguire la popolarità e ha puntato invece sul controllo della geografia del potere.

Ruto non litiga, copta

Negli ultimi tre anni il presidente ha lavorato sistematicamente per blindare la mappa elettorale attraverso quattro leve principali: condivisione del potere, cooptazione delle élite, investimenti infrastrutturali mirati e una macchina di base capillare. Una strategia fondata sull’aritmetica elettorale più che sull’affetto degli elettori.

Il vero punto di svolta arriva nel 2024, con l’accordo di power sharing con l’Orange Democratic Movement di Raila Odinga, presentato come risposta stabilizzante dopo le proteste giovanili. In realtà, l’intesa ha avuto un significato molto più profondo: ha neutralizzato l’opposizione storica, garantendo a Ruto una sorta di “assicurazione politica” che gli ha permesso di prendere decisioni sensibili sull’allocazione delle risorse senza incontrare una resistenza organizzata.

Protetto su quel fronte, Ruto ha accelerato sugli investimenti infrastrutturali, ridisegnando le alleanze territoriali del Paese. Strade, alloggi ed energia stanno fluendo verso regioni a lungo marginalizzate come il Kenya occidentale, la Luo Nyanza e la costa. Qui le infrastrutture non sono solo sviluppo economico, ma messaggi politici visibili: segnali di inclusione rivolti a comunità storicamente escluse dal centro del potere.

Parallelamente, Ruto ha congelato le ambizioni dei potenziali rivali interni. Figure di peso come Musalia Mudavadi, Moses Wetang’ula e Hassan Joho – tutti possibili candidati presidenziali – hanno scelto di avvicinarsi al potere invece di sfidarlo. In assenza di Raila Odinga come perno attivo dell’opposizione, il sistema politico si è ulteriormente frammentato, permettendo a Ruto di trattare direttamente con i broker regionali, bypassando le strutture di partito.

Il voto somalo

Anche il corteggiamento del voto somalo rientra in questa logica: non tanto per i numeri assoluti, quanto per la leva strategica che offre. L’inclusione di esponenti somali in ruoli chiave della sicurezza, del governo e della comunicazione rafforza un blocco affidabile in vista di un’elezione che potrebbe essere combattuta nelle regioni più grandi e instabili.

Sul fronte della Generazione Z, la sfida resta aperta ma contenuta. Le proteste del 2024 hanno mostrato un forte disagio generazionale, ma non si sono trasformate in un veicolo politico strutturato. Ruto ha risposto evitando lo scontro frontale: qualche concessione legislativa, una forte narrativa sull’economia digitale e una combinazione di stanchezza, cooptazione e repressione hanno progressivamente svuotato la mobilitazione.

In sintesi, Ruto non governa attraverso l’entusiasmo popolare, ma attraverso reti di potere locali, accordi d’élite e controllo delle strutture di mobilitazione rurale. Può non piacere a molti elettori, soprattutto urbani e giovani, ma ha costruito una coalizione sufficientemente ampia e flessibile da renderlo, oggi, il principale favorito per il 2027.

Sul fronte estero

Altro asset della politica preelettorale, e non solo, della presidenza Ruto, è senza ombra di dubbio il suo instancabile lavoro di relazione a livello internazionale. Perfino più strategico e intenso di quello svolto nel fronte interafricano e sul quadrante orientale del continente (un aspetto strutturale della sua azione su questo fronte e la fratellanza con l’Etiopia di Abiy).

Negli ultimi 12 mesi Ruto ha accelerato una diplomazia multi-vettore. Con la Cina ha elevato i rapporti a “Comprehensive Strategic Partnership in the New Era” e firmato 20+ accordi su infrastrutture (SGR a Malaba, autostrade), commercio, sanità e digitale, posizionando Pechino come partner cardine dell’agenda BETA. Questa spinta pro‑Cina ha però inasprito i contrasti con gli USA, nonostante cooperazioni su sicurezza (Haiti), salute e digitale; in Congresso alcuni hanno criticato i toni di Ruto a Pechino, pur mantenendo canali aperti con Washington. Trump considera inoltre l’accordo sanitario con il Kenya una sorta di prototipo da replicare per tutto il continente.

Nel Golfo, oltre al forte asse con gli EAU (storico CEPA e 7 MoU su energia, trasporti, dogane, ferrovie e difesa), si nota un riavvicinamento a Mohammed bin Salman: incontri istituzionali, investimenti sauditi e apertura del consolato di Jeddah, con focus su lavoro e mobilità (canali per manodopera keniana e cooperazione economica). Questo ha riequilibrato il baricentro del Golfo, senza azzerare l’intesa con Abu Dhabi ma distribuendo la “liason” su più capitali.

In Europa, il Regno Unito e l’UE restano partner stabili, con il viaggio a Londra di Ruto da Starmer fortissimamente celebrato dalla stampa britannica. La Germania emerge in prima linea: nel settembre 2024 Berlino e Nairobi hanno firmato un patto di migrazione e lavoro che apre corsie legali per giovani e profili qualificati (IT, tecnici, sanità), con formazione linguistica, riconoscimento titoli, tutele e meccanismi di rientro ordinato; il quadro è stato poi ampliato nel 2025 con job‑matching e fiere dedicate.

Con Italia, due visite ufficiali e partecipazione al Vertice Italia‑Africa hanno consolidato cooperazione su sviluppo ed energia, dentro una trama UE di finanziamenti e investimenti.

Negli ultimi 12 mesi, anche la Finlandia è diventata un partner europeo di crescente rilevanza nella diplomazia di Ruto, grazie a un forte allineamento su educazione, pace, tecnologia, energia rinnovabile e multilateralismo.