Il Sudan, i droni e la più grande crisi umanitaria mondiale

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Dalle Nazioni Unite arriva un bollettino drammatico sulla situazione del Sudan. Circa sette persone su dieci vivono in situazione di estrema povertà, circa il doppio rispetto a prima dello scoppio della guerra tra l’esercito e le forze paramilitari tre anni fa.

L’indicatore di riferimento come valore soglia è la cifra di circa 4 dollari al giorno, con almeno un quarto della popolazione che sopravvive con meno di due dollari. Le condizioni sono particolarmente gravi in ​​alcune delle aree più colpite, tra cui parti del Kordofan meridionale, ora principale teatro di guerra, e del Darfur settentrionale, dove ben il 70-75% della popolazione è poverissimo.

 

I droni tremendo strumento di morte

Quella del Sudan è di fatto la più grande crisi umanitaria del mondo. Fonti istituzionali raccontano pure di come tra gennaio e aprile quasi 700 civili sarebbero stati uccisi a causa di attacchi di droni. La guerra ha prodotto 11 milioni di sfollati e con quasi 34 milioni di persone – quasi due su tre – bisognose di assistenza umanitaria e mentre centinaia di migliaia di bambini soffrono di malnutrizione acuta e milioni sono privati ​​dell’istruzione, le donne e le ragazze sono vittime di una violenza sessuale sistemica e brutale. I raid quasi quotidiani dei droni hanno sconvolto la vita nella regione meridionale del Kordofan, ora principale teatro di scontro, e nelle aree occidentali controllate dalle RSF, tra cui Darfur. Gli aiuti umanitari hanno raggiunto 17 milioni di persone e quest’anno cercheranno di aiutarne 20 milioni ma la risposta è gravemente sottofinanziata.

Le parti in conflitto

Il conflitto che devasta il Sudan dal 15 aprile 2023 oppone principalmente due attori armati interni. Le Forze Armate Sudanesi (SAF), guidate dal generale Abdel Fattah al‑Burhan, e le Forze di Supporto Rapido (RSF), un potente gruppo paramilitare comandato da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti.

La guerra nasce da una lotta per il potere all’interno dell’apparato militare dopo il fallimento della transizione politica seguita alla caduta di Omar al‑Bashir nel 2019.

Le SAF rivendicano la legittimità statale e il controllo delle istituzioni centrali, mentre le RSF, radicate in reti economiche e di milizie locali (in particolare in Darfur), puntano a consolidare un proprio dominio territoriale e politico, arrivando a promuovere strutture di governo parallele.

Il conflitto si è progressivamente internazionalizzato. Le SAF ricevono sostegno politico e militare soprattutto dall’Egitto, interessato alla stabilità del Sudan e agli equilibri sul Nilo, e mantengono canali con Arabia Saudita e, più recentemente, Iran.

Le RSF sono invece appoggiate in modo informale ma decisivo dagli Emirati Arabi Uniti, che vedono nel gruppo un partner utile per l’accesso a risorse strategiche come l’oro e per l’influenza nel Corno d’Africa; hanno inoltre legami con reti regionali in Libia e nel Sahel. Anche potenze come Russia e Cina perseguono interessi economici e strategici, contribuendo a trasformare la guerra sudanese in un conflitto per procura che alimenta l’attuale, gravissima crisi umanitaria.