Kakuma e Dadaab: i campi profughi del Kenya da ‘non luogo’ a realtà urbana

SOMMARIO

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Per decenni, Kakuma e Dadaab sono stati – e rischiano ancora di rimanere – quello che in sociologia viene definito un ‘non luogo’. Spazi senza identità stabile, privi di un senso pieno di appartenenza, luoghi della transitorietà e dell’attesa. Marc Augé ha utilizzato questo concetto per descrivere aeroporti, autostrade, centri commerciali; eppure, paradossalmente, ben si adatta anche a due dei più grandi insediamenti di rifugiati del pianeta.

Kakuma i boys of Sudan

Kakuma, nel nord del Kenya, nasce nel 1992 per accogliere i Lost Boys of Sudan, giovani in fuga dalla guerra civile sudanese. Negli anni si è trasformato in un mosaico umano: somali, etiopi, eritrei, ugandesi, ruandesi, burundesi e congolesi hanno trovato riparo tra le sue distese aride, fino a farne una città parallela, con proprie dinamiche economiche e sociali. Dadaab, ancora più vasto e storicamente legato all’esodo somalo, è uno degli insediamenti di rifugiati più popolosi e antichi del mondo. L’intera area, comprendendo anche Kalobeyei, ospita oggi tra le 300.000 e le 306.000 persone.

Il campo si urbanizza

Come non luoghi, Kakuma e Dadaab incarnano bene la sospensione che caratterizza la vita dei loro abitanti: libertà di movimento limitata, futuro incerto, strutture nate per l’emergenza ma divenute permanenti. La quotidianità dei rifugiati si consuma spesso nell’attesa di un documento, di un trasferimento, di un’opportunità. Mntre l’accesso ai servizi essenziali resta complesso: educazione, acqua, protezione dei minori e sicurezza non sono mai garantiti in modo pieno. La loro esistenza è scandita da procedure, regole, programmi assistenziali da cui dipende ogni aspetto della vita.

E tuttavia, negli ultimi anni, qualcosa ha iniziato a muoversi. Il Kenya ha avviato un tentativo di trasformazione, volto a superare l’idea stessa di campo profughi. L’obiettivo è ambizioso: fare di questi insediamenti dei veri e propri luoghi, spazi urbani a tutti gli effetti, integrati nel sistema amministrativo e territoriale del paese.

Il passo più significativo è stato la ridefinizione di Kakuma come municipalità, una scelta che segna un cambio di paradigma: da campo emergenziale a insediamento urbano riconosciuto, con una governance locale e un’integrazione più profonda tra comunità rifugiate e popolazione keniota. Questa decisione si inserisce in una strategia nazionale più ampia, volta a favorire l’autonomia socioeconomica dei rifugiati, riducendo la dipendenza dagli aiuti e promuovendo opportunità di lavoro e inclusione.

Municipio

Già nel 2014, il governo aveva avviato un processo di municipalizzazione delle aree di Kakuma e Kalobeyei, integrandole nei piani territoriali e urbanistici della regione del Turkana. Tale percorso è stato accompagnato da interventi di mappatura, pianificazione e gestione infrastrutturale in collaborazione con UNHCR e partner internazionali, con l’obiettivo di migliorare l’erogazione dei servizi e rafforzare la coesione urbana.

Parallelamente, sono state introdotte misure per gestire la sicurezza e i flussi migratori. Dopo alcune tensioni interne nel 2024, il Department of Refugee Services ha promosso accordi di pace, interventi di mediazione e verifiche dello status dei rifugiati, ribadendo la necessità di rispettare le leggi del Kenya. Inoltre, il governo ha sostenuto l’inclusione dei rifugiati nei sistemi nazionali di protezione sociale ed educativi, ampliando le opportunità formative, migliorando le scuole e rafforzando i programmi professionali destinati ai giovani.

Nonostante queste trasformazioni, Kakuma e Dadaab restano luoghi sospesi. Le loro popolazioni hanno superato da anni la capacità originaria, sviluppando economie locali, mercati, luoghi di culto e reti sociali che li rendono, di fatto, città. E il ritorno nei paesi d’origine, spesso ancora segnati da conflitti resta un’ipotesi lontana.

La vita quotidiana, nelle vie polverose di Kakuma e nelle distese di Dadaab, si muove tra attesa e resilienza. Ogni giorno migliaia di persone cercano di ricostruire un’esistenza spezzata, mettendo radici dove nessuno avrebbe pensato fosse possibile. Le rotte che portano fin qui – dal Sud Sudan, dalla Somalia, dall’Etiopia, dal Congo – raccontano viaggi di fuga, dolore e speranza, intrecciandosi in una grande geografia umana.

E forse è proprio nella capacità di sopravvivere, ricostruire e immaginare un futuro che Kakuma e Dadaab stanno lentamente diventando qualcosa di diverso: non più soltanto spazi di attesa, ma luoghi dove la vita, nonostante tutto, continua a prendere forma.