Congo Brazzaville al patriarca: la giovane Africa e le élites eterne

SOMMARIO

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Nel cuore dell’Africa centrale, il Congo‑Brazzaville si prepara ad un nuovo appuntamento elettorale che ha il sapore della continuità più che del cambiamento. L’ottantaduenne Denis Sassou Nguesso, al potere da oltre quarant’anni, ha annunciato la sua candidatura per il voto del prossimo marzo, un gesto che conferma il suo ruolo di figura emblematica tra i “patriarchi d’Africa”. I suoi 42 anni complessivi di governo  intervallati solo da una parentesi tra il 1992 e il 1997, lo collocano ai vertici dei leader più longevi del continente, dietro soltanto a Paul Biya del Camerun, in carica dal 1982, e a Teodoro Obiang Nguema Mbasogo della Guinea Equatoriale, che ha preso il potere nel 1979.

In Congo, la campagna elettorale si svolge in un contesto di fragilità socio‑economica. Benché ricco di petrolio e terre rare, il Paese dipende in larga misura dalle importazioni alimentari, un fattore che lascia la popolazione esposta alle fluttuazioni dei prezzi internazionali. A questo si aggiungono le denunce di severe limitazioni delle libertà fondamentali, con organizzazioni per i diritti umani che puntano il dito contro la repressione dell’opposizione. Se Sassou Nguesso dovesse vincere, anche questo nuovo mandato quinquennale sarebbe, almeno formalmente, l’ultimo previsto dalla Costituzione.

L’Africa e il club non ristretto di presidenti longevi

Il caso congolese non è isolato: il continente africano ospita diversi leader che governano da decenni, molti dei quali in età molto avanzata.

Paul Biya, oggi novantaduenne, è presidente del Camerun dal 1982 ed è tra i più anziani presidenti al mondo ancora in carica. Il suo potere resiste da oltre quattro decenni, nonostante frequenti critiche sullo stato della democrazia camerunese.

Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, invece, ha 83 anni e detiene invece il primato globale di longevità al potere, essendo presidente della Guinea Equatoriale dal 1979. Il suo governo, spesso definito autoritario, è segnato da accuse sistemiche di corruzione e di violazioni dei diritti umani.

Fresca di conferma tra proteste e disordini è la leadership di Yoweri Museveni in Uganda, alla guida del Paese dal 1986. La sua tenuta potere si spiega con un mix di modifiche costituzionali, controllo militare e un sistema elettorale più formale che effettivo. In un Paese dove il 70% della popolazione ha meno di 35 anni, Museveni rappresenta un’istituzione generazionale: per molti ugandesi, è l’unico presidente mai conosciuto.

Completano il quadro Isaias Afwerki in Eritrea, primo e unico presidente dal 1993, privo di elezioni competitive da oltre trent’anni; Alassane Ouattara in Costa d’Avorio, 83 anni, in carica dal 2010 dopo aver superato i limiti costituzionali; e Emmerson Mnangagwa in Zimbabwe, 83 anni, successore diretto di Robert Mugabe.
A nord, anche Abdelmadjid Tebboune, 79 anni, presiede l’Algeria dal 2019, mentre nel Corno d’Africa Ismaïl Omar Guelleh, 77 anni, governa Gibuti dal 1999.

Tutti appartengono a un modello politico che potremmo definire “gerontocrazia continentale”, basata sulla continuità quasi dinastica del potere. Nel panorama dei leader africani di lunghissimo corso occorre includere anche Paul Kagame, presidente del Rwanda dal 2000 e de facto figura dominante del Paese sin dal 1994, quando il suo movimento armato pose fine al genocidio contro i tutsi.

Sebbene Kagame sia più giovane rispetto ai “patriarchi” ottuagenari del continente, la sua longevità politica è ormai prossima ai 26 anni di presidenza formale e oltre 30 di dominio politico.

Il paradosso demografico: giovani senza voce

Il nodo cruciale non è solo anagrafico. L’Africa è il continente più giovane del pianeta, con un’età mediana di circa 19 anni. Come è stato sottolineato al World Governments Summit 2026, il continente possiede una “demographic power” unica: i giovani africani sono imprenditoriali, digitali, connessi, desiderosi di partecipare e di trasformare le proprie società.

Eppure vivono sotto leadership sostanzialmente immutate da decenni. Il divario generazionale è enorme: presidenti ottuagenari o novantenni governano popolazioni dove oltre due terzi dei cittadini non erano nati quando essi hanno preso il potere. Nel caso ugandese, l’analisi di Al Jazeera mostra come l’immobilità al vertice alimenti frustrazione, percezione di ingiustizia e un senso diffuso di futuro negato.

Il Congo-Brazzaville non è diverso. La povertà persistente, la scarsa diversificazione economica e la repressione delle alternative politiche generano una sensazione collettiva di paralisi. La popolazione giovane, istruita, connessa e sempre più consapevole, mostra una crescente intolleranza verso forme di potere percepite come obsolete, auto‑referenziali e sorde alle esigenze reali della società.

Il rischio di un equilibrio instabile

La combinazione tra esplosione demografica e élites politiche anziane è una faglia destinata a muoversi. I giovani africani chiedono opportunità, dignità e meritocrazia; vedere figure che restano al potere per 30 o 40 anni suscita una crescente insofferenza, soprattutto quando queste leadership non riescono a offrire prospettive economiche sufficienti.

Il Congo del 2026, con una nuova probabile rielezione di Sassou Nguesso, resta così un simbolo di un continente in bilico: una gioventù che cresce, cambia e chiede futuro, contro classi dirigenti che resistono, si auto-rinnovano internamente ma non aprono realmente lo spazio politico.