Museveni batte il cantante Bobi Wine e vince in Uganda. Tra le proteste della GenZ

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Ha vinto Museveni, già presidente patriarca e ha perso Bobi Wine, simbolo dei giovani. L’esito delle elezioni presidenziali ugandesi del 15 gennaio 2026 era prevedibile.

Un seggio elettorale all'aperto

Si sono concluse con una vittoria schiacciante per Yoweri Museveni, che secondo i risultati ufficiali ha ottenuto tra il 71,65% e il 72% dei consensi, mentre lo sfidante Bobi Wine si è fermato attorno al 24–25%.

Bobi Wine

Museveni dopo Museveni. Per la settima volta

Una percentuale che, pur confermandolo come secondo classificato, non lascia dubbi sulla forza dell’apparato politico del presidente uscente.

Anche questa volta, come da oltre quarant’anni a questa parte, la Commissione Elettorale ha certificato il trionfo del leader dell’NRM. Museveni va quindi verso il suo settimo mandato consecutivo e consolida ulteriormente il suo controllo sulla scena politica ugandese.

Yoweri Museveni

La tornata elettorale, tuttavia, non è stata soltanto una conferma aritmetica del potere di Museveni. Ma anche un momento di forte tensione nazionale, caratterizzato da blackout di Internet ordinati dal governo. E poi arresti, intimidazioni, accuse di brogli e un clima costante di pressione sui sostenitori dell’opposizione.

Il presidente del ghetto

In un Paese che non ha mai conosciuto un trasferimento di potere pacifico dalla fine dell’epoca coloniale, la figura di Bobi Wine emerge come unico vero antagonista del presidente.

Wine, al secolo Robert Kyagulanyi Ssentamu, è un ex cantante afrobeat che negli ultimi anni ha trasformato la propria popolarità artistica in una piattaforma politica capace di sedurre milioni di giovani ugandesi.

Proveniente dai sobborghi più poveri di Kampala, soprannominato “il presidente del ghetto”, Wine incarna l’aspirazione a un cambiamento generazionale in un Paese dove oltre metà della popolazione ha meno di trent’anni.

Per molti suoi sostenitori, egli rappresenta non soltanto un politico, ma la possibilità stessa di un futuro diverso, più aperto e democratico.

La sua candidatura alle elezioni del 2026 è stata seguita con attenzione sia dentro che fuori dal Paese.

Wine è stato l’unico avversario credibile ammesso al confronto elettorale, l’unico dotato di una struttura politica organizzata, di un consenso trasversale e della capacità di mobilitare piazze, proteste e dibattito pubblico.

Un confronto sleale

Ma la sua sfida è avvenuta dentro un contesto profondamente asimmetrico. Durante la campagna, Wine è stato ripetutamente fermato, ostacolato, circondato dalle forze dell’ordine.

Dopo il voto sarebbe addirittura sfuggito a un raid militare, trovando un rifugio precario mentre la famiglia veniva trattenuta nella propria abitazione.

In più occasioni il suo partito ha denunciato arresti, sequestri e intimidazioni contro militanti e sostenitori, in un quadro che organizzazioni internazionali e osservatori indipendenti non hanno esitato a definire incompatibile con una competizione elettorale libera.

La visione di Freddie del Curatolo

All’interno di questa cornice, il racconto elaborato dal giornalista Freddie Del Curatolo offre una lettura ancora più profonda del Paese e del suo leader.

Nell’editoriale pubblicato su MalindiKenya.net, Del Curatolo mette in risalto il paradosso ugandese: una delle nazioni più giovani del continente governata dall’ennesima incarnazione del “presidente eterno”.

Con tre quarti della popolazione sotto i 35 anni e un’età media che ricorda quella di un liceale, l’Uganda affronta il proprio destino politico sotto l’ombra di un uomo che guida il Paese dal 1986. Un leader che si è progressivamente trasformato da guerrigliero rivoluzionario a figura quasi monarchica.

Museveni viene descritto come un presidente carismatico, capace di parlare ai giovani chiamandoli “nipoti”, un nonno atletico che si mette in mostra in diretta televisiva e che promette la protezione dei risultati ottenuti nel corso dei decenni: la stabilità raggiunta dopo gli anni bui del passato, la crescita economica, i progressi in campo sanitario, soprattutto nella lotta all’HIV, e l’accoglienza record di rifugiati provenienti da Paesi in conflitto.

C’è un’altra Uganda. Ed un’altra Africa che avanza

Ma al quadro positivo si contrappone la “seconda Uganda”, quella dove le istituzioni democratiche appaiono piegate, la magistratura è allineata al potere, la stampa è intimidita e gli oppositori vengono sistematicamente ridotti al silenzio o trascinati in procedimenti giudiziari di dubbia natura. Del Curatolo ricorda emblematicamente il caso di Kizza Besigye, ex medico personale del presidente e figura storica dell’opposizione, più volte arrestato e persino scomparso per giorni prima di ricomparire davanti a un tribunale militare. In questo clima, la figura di Bobi Wine si staglia come simbolo di un’aspirazione a ribaltare lo stato delle cose, una voce che nasce dal basso e che parla il linguaggio di una gioventù frustrata, spesso relegata ai margini delle élite politiche.

Nel suo racconto, Wine è ritratto come un leader costretto a girare il Paese con un giubbotto antiproiettile e un casco, trasformando la sua tournée elettorale in una sorta di rivoluzione itinerante, più somigliante a un percorso di resistenza che a una campagna politica tradizionale.