Sul dibattuto tema del capitale umano giovanile che l’Italia fatica a indirizzare e valorizzare, il nodo dell’università è centrale. Lo segnala con chiarezza anche il Country Report 2026 sull’Italia della Commissione Europea, che mette in evidenza una fragilità ormai strutturale: il nostro sistema formativo terziario resta troppo debole rispetto ai bisogni di un’economia che cambia rapidamente.
Il primo dato è quello sulla quota di giovani laureati. In Italia, tra i 25 e i 34 anni, il 31,1% possiede un titolo terziario. È una percentuale cresciuta negli ultimi anni, ma ancora molto distante dalla media europea, che si attesta al 44,8%. Il divario è ampio e colloca l’Italia al penultimo posto nell’Unione Europea. Non si tratta soltanto di una classifica poco lusinghiera. È il segnale di un problema più profondo: il Paese produce ancora troppo pochi laureati rispetto alla complessità del mercato del lavoro, alla trasformazione tecnologica, alla domanda di competenze qualificate e alla necessità di sostenere la propria competitività.
Capitale è la cura dei giovani
In un’economia che richiede profili sempre più preparati, aggiornabili, capaci di muoversi tra dati, tecnologie, linguaggi internazionali, sostenibilità, progettazione e servizi avanzati, avere pochi giovani con alta formazione significa partire svantaggiati. Significa rendere più difficile l’innovazione nelle imprese, rallentare la modernizzazione della pubblica amministrazione, indebolire la capacità del sistema produttivo di salire nella catena del valore.

Ma il problema non riguarda solo quanti giovani arrivano alla laurea. Riguarda anche come ci arrivano, in quanto tempo e con quale accompagnamento. La Commissione Europea richiama infatti tempi lunghi di completamento degli studi, abbandoni, basso rendimento dell’istruzione e disallineamento tra competenze acquisite e richieste del mercato. Nel 2023, il 43,8% degli studenti italiani non aveva completato la laurea triennale entro la durata teorica del corso più tre anni. La media europea era del 32,5%. Tradotto in termini semplici: troppi studenti restano per troppo tempo dentro percorsi universitari incompiuti, rallentati, spesso vissuti con fatica e senza un collegamento abbastanza chiaro con il futuro professionale.
Una fatica mal riposta?
È un dato che racconta una doppia perdita. Per i giovani, prima di tutto, perché anni di incertezza formativa diventano anni sottratti all’autonomia, al lavoro, alla crescita personale. Ma anche per il Paese, perché ogni percorso universitario che si allunga troppo o si interrompe rappresenta capitale umano non pienamente sviluppato.
L’università italiana non è priva di qualità, competenze e centri di eccellenza. Ma il sistema, nel suo insieme, appare ancora troppo lento, poco orientato, poco connesso ai fabbisogni reali. Se l’Italia vuole trattenere i suoi giovani e ridurre la distanza tra formazione e lavoro, deve investire di più e meglio sull’università: orientamento, borse di studio, tutoraggio, percorsi professionalizzanti, collegamento con le imprese, qualità didattica e tempi certi. Perché il capitale umano non basta formarlo sulla carta. Bisogna accompagnarlo fino al punto in cui diventa futuro, lavoro, innovazione.