Sullo sfondo il brutto episodio dell’ingresso in Usa vietato all’arbitro somalo, i Mondiali di calcio americani sono appena iniziati con una prima tendenza curiosa e interessante da registrare.
Il calcio africano non è più una comparsa esotica, non è più soltanto la promessa intermittente di qualche exploit isolato. È un blocco competitivo, spesso organizzato, capace di stare dentro partite difficili anche contro avversari storicamente più attrezzati.
Il dato di partenza è già storico: nel Mondiale 2026 l’Africa porta 10 nazionali, il contingente più numeroso di sempre: Algeria, Capo Verde, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Ghana, Marocco, Senegal, Sudafrica e Tunisia. È l’effetto del Mondiale allargato a 48 squadre, certo, ma anche il segno di una crescita che arriva dopo il punto più alto raggiunto in Qatar: la semifinale del Marocco nel 2022, prima volta assoluta per una nazionale africana.
Marocco, Egitto, Costa D’Avorio in evidenza
E proprio il Marocco ha confermato di non essere stato un fuoco di paglia: l’1-1 contro il Brasile è un risultato pesante, non solo per il punteggio ma per il modo in cui è arrivato, con i verdeoro costretti a rincorrere dopo il vantaggio marocchino. Reuters ha raccontato un Brasile nervoso e sbilanciato nel primo tempo, salvato poi dal talento di Vinícius Jr. Anche l’Egitto ha mandato un segnale: 1-1 contro il Belgio, con vantaggio iniziale e una partita vera, intensa, non subita. Ancora più sorprendente il Capo Verde, debuttante assoluto, capace di inchiodare la Spagna sullo 0-0: possesso spagnolo altissimo, 27 tentativi, ma una difesa compatta e un Vozinha protagonista.

A completare il quadro c’è la Costa d’Avorio, che ha battuto l’Ecuador 1-0 con un gol nel finale di Amad Diallo: forse il risultato più “da squadra matura” tra quelli africani finora. Le note negative non mancano: il Sudafrica ha perso 2-0 la gara inaugurale contro il Messico, in una partita segnata anche da tre espulsioni, mentre la Tunisia è crollata 5-1 contro la Svezia e ha già esonerato Sabri Lamouchi. Curaçao, travolta 7-1 dalla Germania, resta invece fuori dal discorso africano: è una storia caraibica, non continentale.
Il calendario dei match in arrivo. Tocca al Senegal contro la Francia
Ora il calendario alza ancora il livello. Il Senegal debutta contro la Francia il 16 giugno alle 21 italiane, in una partita carica di memoria: nel 2002 proprio il Senegal batté la Francia campione del mondo nella gara inaugurale. Poi arrivano Argentina-Algeria il 17 giugno alle 3, Portogallo-DR Congo il 17 giugno alle 19, Ghana-Panama il 18 giugno all’1, Repubblica Ceca-Sudafrica il 18 giugno alle 18, Scozia-Marocco il 20 giugno a mezzanotte, Germania-Costa d’Avorio il 20 giugno alle 22, Tunisia-Giappone il 21 giugno alle 6, Uruguay-Capo Verde il 22 giugno a mezzanotte e Nuova Zelanda-Egitto il 22 giugno alle 3.
Dentro questa tenuta, però, c’è anche una trasformazione profonda: molte nazionali africane sono oggi costruite anche attraverso la diaspora. Quasi un quarto dei giocatori del Mondiale 2026 è nato in un Paese diverso da quello che rappresenta; la Francia, in particolare, è diventata uno dei grandi vivai indiretti del calcio africano, con decine di giocatori nati lì e convocati da Marocco, Tunisia, Algeria, Costa d’Avorio e Senegal. Non è una contraddizione: è il calcio globale che racconta migrazioni, famiglie, doppie appartenenze, accademie europee e radici africane. Il punto è che, oggi, quelle radici non producono solo storie suggestive. Producono squadre vere.

Festeggiare si può
E poi c’è un ultimo dettaglio, che in Italia pesa quasi quanto il risultato sportivo. Perché questi Mondiali, senza l’Italia in campo, si stanno giocando anche nelle nostre città. A Milano, Torino, Roma, Bologna, Napoli, Palermo, Genova, Brescia, Bergamo, Modena, Reggio Emilia, ogni partita africana diventa anche un piccolo rito di comunità. Lo si è visto con il Marocco, già abituato a trasformare le grandi vittorie in festa collettiva; lo si è visto con l’Egitto, che ha celebrato con orgoglio un pareggio pesante contro il Belgio; lo si può immaginare con la Costa d’Avorio, forte di una presenza importante e radicata in molte città italiane. E lo si vedrà, forse con ancora più intensità, con il Senegal: una delle comunità africane più visibili, organizzate e riconoscibili del Paese, pronta a vivere la sfida contro la Francia non solo come una partita di calcio, ma come un frammento di storia, memoria migratoria e appartenenza.

In fondo è anche questo il Mondiale senza l’Italia: un torneo che non passa dalle bandiere azzurre, ma attraversa comunque le piazze, i bar, i quartieri, le case e le seconde generazioni. Le nazionali africane non portano in campo soltanto il continente. Portano con sé anche pezzi d’Europa, di diaspora, di famiglie divise tra due rive, di ragazzi nati altrove ma legati a una radice che il calcio rende improvvisamente visibile. E per qualche sera, nelle città italiane, quella radice torna a farsi festa.