Sostenibilità in primo piano a Milano. L’appuntamento dell’11 giugno in Via Pantano, è ormai uno dei momenti in cui il mondo dell’impresa, della sostenibilità e del Terzo Settore torna a misurarsi con una domanda di fondo: quanto la responsabilità sociale è ancora parte viva delle strategie aziendali?
L’auditorium di Assolombarda era pieno, con una platea composta da operatori sociali, manager, professionisti della sostenibilità e rappresentanti di imprese chiamate a confrontarsi con il 4° Rapporto dell’Osservatorio Sodalitas sulla Sostenibilità Sociale d’Impresa.

Il titolo dell’incontro, “Sostenibilità sociale: una scelta strategica per la competitività d’impresa”, indicava già la direzione della mattinata: capire a quali condizioni l’impegno sociale possa generare valore per le persone e, insieme, per le aziende.
Saluti di circostanza ma non solo
Dopo i saluti istituzionali di Giulia Castoldi, vicepresidente vicaria di Assolombarda, e di Alberto Pirelli, presidente di Fondazione Sodalitas, il cuore dell’agenda è stato affidato alla presentazione del Rapporto, curata da Paolo Anselmi, presidente di WaldenLab, insieme a Elisa Rotta di Fondazione Sodalitas.
A seguire, il confronto si è allargato con interventi e panel dedicati al ruolo della sostenibilità sociale nelle strategie d’impresa, alla misurazione degli impatti e alle collaborazioni tra aziende, territori e Terzo Settore.
Pirelli ha dato voce a una preoccupazione che negli ultimi mesi ha attraversato molti ambienti impegnati sui temi ESG. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, insieme ad alcune decisioni della nuova amministrazione americana, avevano fatto temere un’onda lunga anche in Europa. Un possibile arretramento delle politiche sociali, ambientali ed economiche, accompagnato da un clima più cinico, disimpegnato, meno disponibile a considerare la sostenibilità come una responsabilità utile delle imprese. Quella spinta, almeno secondo i dati presentati, non sembra però essersi tradotta in una ritirata delle imprese italiane.
Nessun pentimento
È questo uno dei punti più interessanti emersi dalla mattinata: le aziende non sono tornate indietro. Non sono ‘retrocesse’ a una fase precedente di disattenzione, né sembrano vivere la sostenibilità sociale come una parentesi da chiudere quando il contesto politico o normativo diventa meno favorevole.
Al contrario, il Rapporto dice che per il 90% delle imprese la sostenibilità è un valore strategico e che per l’82% la sostenibilità sociale è oggi più importante rispetto a cinque anni fa. Pirelli lo ha richiamato con chiarezza: le imprese che integrano la sostenibilità sociale nelle proprie strategie non ottengono soltanto benefici valoriali o reputazionali, ma anche risultati in termini di competitività, innovazione, occupazione e valore condiviso.

Giulia Castoldi ha ricordato come questa sensibilità non sia vissuta dalle imprese soltanto come un adempimento formale. Sempre di più viene percepita, per l’appunto, come una leva strategica di chi compete innovando e guardando al lungo periodo. E compiendo anche una scelta di campo: sviluppo economico e sviluppo sociale devono convivere.
È, del resto, questa la visione che ha dato vita a Fondazione Sodalitas, nata nel 1995 su iniziativa di Assolombarda e di un gruppo di imprese e manager volontari, come prima organizzazione in Italia dedicata alla promozione della sostenibilità d’impresa. Oggi Sodalitas è una rete che tiene insieme aziende, competenze manageriali e partner sociali, con l’obiettivo di generare valore condiviso per l’economia e per le comunità.

Il messaggio di fondo è che trasformare i vincoli sociali in opportunità è la sfida delle aziende virtuose. Fare impresa, in questa prospettiva, non significa soltanto produrre risultati economici, ma contribuire al benessere dei territori, delle persone che lavorano, delle comunità e delle filiere. Lavoro dignitoso, work-life balance, welfare, inclusione, capacità di attrarre e trattenere talenti, soprattutto tra le nuove generazioni più attente alla sostenibilità, sono ormai diventati un mantra delle imprese migliori. La sfida, come è stato ricordato, è far capire anche alle aziende più piccole che questa filosofia non è solo giusta: conviene.

Sostenibilità, scelta dalle aziende guidate dai manager ma anche dalle proprietà
Qui si inserisce il lavoro di WaldenLab e di Paolo Anselmi. La ricerca, realizzata su 211 imprese, con 16 interviste qualitative a sustainability manager e CEO e 2 focus group con 37 imprese associate a Fondazione Sodalitas, mostra che la sostenibilità sociale non è più un capitolo laterale, ma un pezzo del modo in cui un’azienda costruisce futuro.
La spinta nasce soprattutto dall’interno delle organizzazioni: per l’80% delle imprese conta la visione dell’imprenditore o del top management, per il 78% pesano motivazioni etiche e valoriali, mentre il 74% collega la sostenibilità sociale alla capacità di rafforzare la competitività aziendale.
I dipendenti restano il primo terreno di applicazione: il 93% delle imprese li indica come destinatari principali delle proprie iniziative. Gli interventi si concentrano su salute e sicurezza, formazione, sviluppo delle competenze, welfare aziendale, inclusione e conciliazione tra vita privata e lavoro. È qui che si vede meglio il legame tra benessere sociale e valore economico: sempre il 93% delle aziende considera le attività rivolte ai dipendenti un investimento e non un costo, mentre il 75% ritiene che producano anche un ritorno economico diretto.

La ricerca mostra anche quali Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 le imprese collegano maggiormente alla propria capacità di generare impatto: al primo posto c’è il lavoro dignitoso e crescita economica, indicato dall’81% delle aziende; seguono parità di genere, al 76%, salute e benessere, al 66%, lotta al cambiamento climatico, al 59%, e innovazione e infrastrutture, al 56%. In questo quadro, il sociale non è più il pilastro dimenticato della sostenibilità, schiacciato tra ambiente e governance. Diventa invece lo spazio in cui le aziende misurano la propria capacità di stare nel presente: migliorare il clima interno, costruire relazioni più solide con clienti e fornitori, collaborare con il Terzo Settore, rafforzare la fiducia delle comunità. È questa, forse, la sintesi più chiara uscita dalla relazione di Anselmi: la sostenibilità sociale non è una moda da bilancio, ma una nuova grammatica dell’impresa.