Prima la sentenza su Rigathi Gachagua, poi l’arresto di David Maraga durante una protesta ambientalista a Nairobi: in pochi giorni, due dei possibili avversari di William Ruto nelle elezioni presidenziali del 2027 sono tornati al centro della scena politica keniota.
Il primo ha ottenuto dall’Alta Corte un risarcimento da 50 milioni di scellini per la violazione del suo diritto a un processo equo durante l’impeachment, pur vedendo respinto il ricorso e confermata la legittimità della sua defenestrazione dalla vicepresidenza.
Il secondo, ex Chief Justice e figura simbolo dell’indipendenza delle istituzioni, è stato fermato dalla polizia mentre protestava contro un progetto considerato dannoso per il Nairobi National Park. Due episodi molto diversi, ma capaci di raccontare lo stesso clima: a un anno circa dalle elezioni, l’opposizione a Ruto cerca volti, argomenti e legittimazione, mentre il presidente continua a muoversi su una doppia scena, globale e interna.

Presidente volante
A un anno circa dalle elezioni del 2027, William Ruto si trova in una situazione paradossale: all’estero continua a presentarsi come uno dei leader africani più attivi, più ricercati e più capaci di attirare capitali; in patria, però, questa stessa immagine alimenta una delle accuse più ricorrenti contro di lui, quella di essere un “presidente volante”, sempre in viaggio, sempre a firmare intese, sempre a promettere ritorni futuri che molti keniani faticano ancora a vedere nella vita quotidiana.
La definizione non nasce dal nulla. Già nel 2024 la stampa keniota aveva contato decine di viaggi internazionali nei primi venti mesi di presidenza, parlando di 62 visite in 38 Paesi.
In Sudafrica e poi sponda europea
Il tema è tornato d’attualità anche in questi giorni, mentre Ruto dopo essere andato in Sudafrica è ripartito per l’Europa, con tappe in Belgio, Norvegia e Finlandia. Ufficialmente la missione serve a rafforzare commercio, investimenti e accesso ai mercati europei per prodotti kenioti come tè, caffè, fiori, ortofrutta e beni trasformati.
A Bruxelles, il dossier chiave è l’attuazione dell’accordo di partenariato economico Kenya-Unione Europea, che garantisce accesso duty-free e quota-free ai prodotti kenioti. In Norvegia, invece, il focus è su energie rinnovabili, mobilità elettrica, blue economy e agricoltura climatica. In Finlandia sono previsti accordi su istruzione, tecnologia, salute, energia pulita e sicurezza.

Anche a Roma
La tappa italiana di aprile si inserisce perfettamente in questa strategia. Ruto è stato a Roma il 20 e 21 aprile 2026, incontrando Sergio Mattarella, Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Lorenzo Fontana. Durante la visita sono stati firmati accordi strategici nei campi della giustizia, della difesa e della cooperazione, ed è stato adottato un Piano d’azione triennale nell’ambito del Piano Mattei per l’Africa. Si è tenuto anche un business forum Italia-Kenya con oltre 200 aziende.
Prima ancora, il presidente keniota aveva costruito una diplomazia molto fitta anche fuori dall’asse europeo. A maggio 2026 è stato in Kazakhstan, dove Nairobi e Astana hanno siglato intese su commercio, trasporti, mining, tecnologia spaziale, ICT, turismo e cooperazione climatica. A marzo, il Kenya ha annunciato di avere finalizzato negoziati commerciali con la Cina, con l’obiettivo di riequilibrare un interscambio oggi molto sbilanciato a favore di Pechino. E sempre nel 2026, la visita di Emmanuel Macron a Nairobi ha prodotto una nuova fase del partenariato franco-keniota, con accordi su energia, trasporti e infrastrutture digitali.

Troppi accordi?
Il punto politico, però, è se sia davvero possibile seguire, verificare e trasformare in risultati concreti tutti questi accordi. Qui sta la vulnerabilità di Ruto. La sua diplomazia economica ha una logica: il Kenya ha bisogno di investimenti, mercati, finanziamenti agevolati, infrastrutture e partnership tecnologiche.
Il presidente vuole posizionare Nairobi come hub africano affidabile, non allineato in modo rigido a un solo blocco, capace di parlare con Europa, Cina, Golfo, Stati Uniti, Africa e Asia centrale. Ma più gli accordi si moltiplicano, più diventa difficile distinguere tra ciò che è memorandum, ciò che è finanziamento reale, ciò che è promessa politica e ciò che diventerà davvero cantiere, export, posti di lavoro o riduzione del costo della vita.
Ed è qui che l’opposizione può colpirlo. Il rischio per Ruto è che la sua immagine globale diventi, in campagna elettorale, un boomerang. Può dire di aver portato il Kenya al centro delle relazioni internazionali. I suoi avversari possono rispondere che i viaggi non bastano, se il cittadino comune continua a vedere tasse, debito, caro vita, disoccupazione giovanile e repressione delle proteste. La domanda decisiva del 2027 sarà quindi semplice: il “presidente volante” riuscirà a dimostrarsi capace di far atterrare risultati tangibili?