La Finance Bill 2026 del governo di William Ruto nasce con un obiettivo molto chiaro: aumentare il gettito senza ripetere, almeno formalmente, lo shock politico della manovra 2024, ritirata dopo le proteste guidate soprattutto dalla Gen Z. Con sullo sfondo le elezioni presidenziali del 2027, la popolarità di Ruto che cresce all’estero, ma va a picco all’interno del Paese, ma con l’opposizione che fatica ad esprimere un’alternativa unitaria di progetto e di persone, il ministero del Tesoro punta ad allargare la base imponibile e rafforzare la compliance fiscale. E questo in un quadro in cui le entrate attese arrivano a circa 3.533 miliardi di scellini kenioti, tra ordinary revenues e appropriations-in-aid.

La lettura di KPMG sul tema è netta: non siamo davanti solo a nuove aliquote, ma a una manovra costruita per far entrare più attività economiche dentro il perimetro del fisco.
Le aree critiche della manovra
I punti più discussi riguardano il digitale, i telefoni, i pagamenti elettronici, il betting e alcuni settori popolari dell’economia informale. La proposta più simbolica è l’aumento dell’accisa sui telefoni cellulari: dal 10% al 25% del valore imponibile, con entrata in vigore prevista dal 2027. Secondo il Tesoro, non sarebbe un aggravio ma una semplificazione: il ministro John Mbadi sostiene che il nuovo sistema sostituirebbe diversi prelievi applicati all’importazione e scatterebbe solo al momento dell’attivazione del telefono sulla rete mobile.

La critica, però, è immediata: in Kenya lo smartphone non è più un bene accessorio. È uno strumento di lavoro, studio, pagamento, comunicazione politica e micro-imprenditorialità. Per questo molti osservatori leggono la misura come una tassa indiretta sulla nuova economia giovane. Citizen Digital sottolinea che, per la Gen Z, il telefono è ormai il mezzo con cui si organizzano campagne, raccolte fondi, mobilitazioni e attività commerciali; tassarlo di più significa rendere più costoso l’accesso alla cittadinanza digitale.
Le commissioni sul mobile pay
Altro fronte caldo: i pagamenti digitali. La Bill amplia la tassazione su commissioni, interchange fees, merchant service fees e piattaforme di pagamento. L’idea del governo è intercettare un’economia sempre più tracciabile; il rischio, secondo banche ed esperti fiscali, è l’opposto: rendere più caro M-Pesa e gli altri sistemi digitali, spingendo persone e piccoli commercianti a tornare al contante. La Kenya Bankers Association ha avvertito che la combinazione di nuove imposte potrebbe far salire il costo effettivo delle transazioni digitali e frenare innovazione e inclusione finanziaria.
La manovra interviene anche su crypto e virtual assets: exchange, wallet provider e piattaforme dovrebbero presentare dichiarazioni annuali dettagliate sugli utenti e sulle transazioni, con sanzioni pesanti in caso di omissioni o false dichiarazioni. È una stretta sulla trasparenza, coerente con gli standard internazionali, ma letta da alcuni come un ulteriore segnale di sorveglianza fiscale estesa.

‘Punito’ il betting
Nel betting torna una tassazione incisiva: la Bill propone una withholding tax del 20% sulle vincite, applicabile a residenti e non residenti, e amplia la definizione di prelievi e payout tassabili. Anche il settore mitumba, cioè l’abbigliamento second hand, viene colpito con una logica di profitto presunto: il 5% del valore doganale delle importazioni sarebbe trattato come reddito imponibile.
Il nodo politico è questo: il governo presenta la Bill come una manovra di razionalizzazione, meno brutale di quella del 2024. Le critiche la descrivono invece come una pressione fiscale “diffusa”, che entra nei telefoni, nei pagamenti, nei piccoli commerci e nelle piattaforme digitali. Non una tassa unica che fa esplodere la piazza, ma tante micro-tasse capaci di pesare proprio su giovani, informali e nuovi imprenditori. E dopo il trauma del 2024, in Kenya ogni riga fiscale è ormai anche una questione generazionale.