Autisti da Tunisi: Milano laboratorio mercato del lavoro

SOMMARIO

Nessun contenuto disponibile.

L’arrivo di circa 30 autisti reclutati a Tunisi da ATM, raccontato dal Corriere della Sera, non è un episodio isolato ma il sintomo visibile di una trasformazione profonda del mercato del lavoro italiano. Milano si trova oggi all’avanguardia – o in prima linea – in una strategia destinata con ogni probabilità a svilupparsi organicamente: l’internazionalizzazione della forza lavoro in settori dove l’offerta interna si è esaurita.

Tunisia for Milan. Cosa sta succedendo davvero

La radice del fenomeno è strutturale. In Italia mancano tra gli 8.000 e gli 11.000 autisti di autobus, mentre in Europa il deficit supera già le 100.000 unità e potrebbe quasi triplicare entro pochi anni.
Le ragioni sono note: da noi salari relativamente bassi (intorno a 1.500 euro per un neoassunto), turni pesanti e un’età media molto elevata, con pochi giovani disponibili a entrare nella professione.

Milano rappresenta un caso limite. ATM stima un fabbisogno di circa 300–350 conducenti e registra anche un numero crescente di dimissioni, segno che il problema non è solo di reclutamento ma di attrattività complessiva del lavoro.

In questo contesto, il reclutamento all’estero – Tunisia inclusa – diventa una risposta pragmatica: cercare manodopera dove esiste ancora disponibilità e motivazione.

Un modello già diffuso

L’esperimento milanese non è un unicum. Diverse aziende italiane stanno adottando strategie analoghe, anche se spesso meno visibili. ATM ha già avviato contatti con consolati di Paesi extra-UE (Perù, Ecuador, Marocco, Filippine). In generale, il settore del trasporto pubblico locale utilizza sempre più incentivi (patenti gratuite, corsi, housing) per attirare personale.

In Europa, molte aziende hanno già reclutato conducenti fuori dall’UE (ad esempio dalle Filippine o dall’Est Europa) come soluzione strutturale alla carenza.

Si tratta quindi di un pattern internazionale: il lavoro “mancante” viene progressivamente esternalizzato.

Il nodo dell’alloggio e della “presa in carico”

L’elemento innovativo del modello ATM è l’inclusione dell’alloggio tra i benefit. La scelta ha una logica economica: il costo della vita milanese è uno dei principali ostacoli alla permanenza sul lavoro. Dal punto di vista organizzativo, questa soluzione appare efficace. Tuttavia, apre una questione delicata: il rischio di creare un rapporto di dipendenza forte tra lavoratore e azienda (lavoro + casa), che può comprimere la libertà contrattuale.

Un giudizio etico: modello legittimo ma non neutro

Sul piano formale, il sistema è pienamente legale. Il Decreto Flussi 2025 consente esplicitamente l’ingresso di lavoratori extra-UE con procedure semplificate e riconoscimento delle patenti da Paesi come la Tunisia.

Sul piano etico, il giudizio è più articolato. Il modello può essere considerato legittimo se garantisce parità salariale e contrattuale con i lavoratori italiani, offre percorsi di stabilizzazione (non solo contratti temporanei, evita condizioni alloggiative coercitive o degradanti

Diventa invece problematico se scivola verso una forma di “importazione di lavoro povero”, dove la leva principale è la differenza di reddito tra Paesi e non il miglioramento delle condizioni del lavoro.

Milano come test credibile

In sintesi, Milano sta anticipando una traiettoria che riguarda tutta l’Italia: quando un settore non è più attrattivo internamente, il sistema economico cerca risorse all’estero.

Non è un’anomalia ma un passaggio storico. La vera questione non è se accadrà altrove – sta già accadendo – ma con quali regole e con quale equilibrio tra efficienza economica e giustizia sociale.

Il contesto socioeconomico e culturale

Il primo aspetto determinante – nel considerare questa tendenza – è certamente la trasformazione demografica dell’Italia. Il Paese sta entrando in una fase di riduzione strutturale della forza lavoro, dovuta al combinarsi di denatalità e invecchiamento. Secondo il rapporto CNEL “Demografia e forza lavoro”, siamo di fronte a una dinamica che nei prossimi anni porterà a una contrazione sistematica della popolazione attiva, con effetti diretti sulla sostenibilità economica e sociale.  Le simulazioni sono esplicite: senza interventi, l’Italia potrebbe perdere circa 2,5 milioni di occupati in appena un decennio esclusivamente per effetto demografico.

Le previsioni Istat rafforzano ulteriormente questo scenario. Il progressivo invecchiamento della popolazione ridurrà la quota di persone tra i 15 e i 64 anni, la cosiddetta età lavorativa, dal 63,5% del 2024 al 54,3% nel 2050. La Banca d’Italia lega direttamente questi trend alla crescita economica. Il calo della popolazione attiva è definito uno dei rischi principali per il futuro del Paese: senza compensazioni, potrebbe tradursi in una riduzione del PIL fino allo 0,9% annuo.

Anche il Fondo Monetario Internazionale sottolinea che la riduzione della forza lavoro – prevista a doppia cifra entro il 2050- si sommerà a problemi cronici come la bassa produttività, limitando ulteriormente le prospettive di crescita. In parallelo, studi di società di consulenza come Deloitte evidenziano che l’Italia, con uno dei tassi di natalità più bassi al mondo, è destinata a vedere restringersi significativamente il proprio bacino di lavoratori, con effetti sulla competitività del sistema economico.

È dentro questa cornice che va letta la scelta di ATM. Milano, con una carenza stimata di centinaia di autisti, rappresenta un laboratorio avanzato di queste dinamiche. Ma, al di là delle valutazioni, la direzione appare già tracciata: in un Paese che invecchia e vede ridursi la propria forza lavoro, il ricorso a manodopera estera non è più un’eccezione, bensì una componente strutturale del futuro mercato del lavoro.