Difficile immaginare, nell’Africa delle fragilità geopolitiche e degli equilibri mobili, un quadro più complesso di quello del Mali. Il Paese, tra i più vasti dell’area, ha come capitale Bamako, centro politico ed economico nazionale. L’economia si regge su agricoltura, allevamento, commercio informale ed estrazione mineraria: l’oro è la principale risorsa strategica, ma il sottosuolo offre anche litio, ferro e fosfati. Al vertice del potere c’è oggi la giunta militare guidata da Assimi Goïta, emersa dai colpi di Stato del 2020 e del 2021.
Epicentro Bamako
Alla fine di aprile, però, il Mali è tornato epicentro dell’instabilità saheliana. Dopo la rottura con l’Occidente e l’avvicinamento a Mosca, Bamako era stata raccontata come il simbolo di una nuova stagione politica: meno influenza francese, più sovranità, sostegno russo e promessa di sicurezza. Oggi quella narrazione vacilla.
Le offensive lanciate in più zone del Paese hanno mostrato la vulnerabilità del regime. Nella capitale, un’autobomba ha colpito la residenza del ministro della Difesa, il generale Sadio Camara, figura chiave della giunta e considerato tra i più vicini alla Russia. Nel nord, a Kidal, storica roccaforte ribelle, i movimenti tuareg hanno rilanciato la sfida allo Stato centrale, mentre rivendicazioni di avanzata sono arrivate anche da Gao. Parallelamente, i jihadisti di Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin hanno colpito l’area di Bamako e la città militare di Kati.

Faglie delicate
Fino a poche settimane fa sembrava essersi consolidato un equilibrio fragile ma funzionale. La giunta controllava città, istituzioni e infrastrutture strategiche grazie anche al sostegno russo, subentrato alla presenza occidentale. Nelle campagne e nelle periferie, però, il potere statale restava limitato. Gruppi affiliati ad Al Qaeda e Islamic State mantenevano influenza, mentre nel nord la questione tuareg non era mai stata realmente risolta. Più che pace, era una tregua armata.
Le nuove offensive dimostrano che quella tregua si è spezzata. Ed è proprio la sovrapposizione dei conflitti a rendere il Mali uno dei teatri più difficili del continente: guerra al jihadismo, rivendicazioni separatiste, crisi dello Stato, competizione tra potenze straniere e interessi opachi di apparati di sicurezza.
Dal 2020 Bamako ha progressivamente allontanato Francia e partner occidentali, scegliendo la cooperazione con Mosca. La presenza della Wagner Group, poi riorganizzata sotto controllo statale russo, era stata presentata come la risposta pragmatica a un decennio di missioni inefficaci. Ma i risultati restano modesti: gli attacchi continuano, vaste aree sono instabili e il controllo territoriale rimane incompleto.
Il Mali non è un caso isolato. Anche Burkina Faso e Niger hanno seguito percorsi simili, con governi militari ostili all’ex potenza coloniale e vicini a Mosca. Si parlava di un nuovo blocco sovranista del Sahel. Tuttavia, la sua credibilità dipendeva da una promessa semplice: garantire sicurezza. Ed è proprio su questo terreno che emergono le maggiori difficoltà.
Sul fondo restano i problemi strutturali che alimentano ogni insurrezione: crescita demografica rapidissima, scarsità di lavoro, pressione climatica su agricoltura e pascoli, corruzione diffusa, servizi pubblici fragili. Per molti giovani delle aree marginali, entrare in una milizia resta una delle poche opportunità economiche.
Il Mali offre dunque una lezione dura: sostituire un’influenza esterna con un’altra non basta. Senza istituzioni credibili, sviluppo economico e inclusione politica, nessun alleato straniero può stabilizzare il Sahel.