Al lavoro gli over 50, come mai era successo negli anni precedenti. Negli ultimi mesi il quadro del mercato del lavoro italiano ha mostrato segnali decisamente positivi, con la disoccupazione attestata al 6,1% nella media del 2025, un valore che non si vedeva da quasi vent’anni e che conferma un miglioramento strutturale del sistema occupazionale del Paese. Parallelamente, l’occupazione ha raggiunto il 62,5%, il livello più alto dall’inizio delle serie storiche nel 2004, sostenuta da un aumento complessivo di 185 mila lavoratori nel corso dell’anno.
Questo dato si affianca alle rilevazioni trimestrali Istat che mostrano come, anche nei momenti di rallentamento ciclico, il tasso di disoccupazione resti solido, mantenendosi attorno al 6,1% nel terzo trimestre del 2025, mentre il totale degli occupati rimane su livelli elevati nonostante leggere flessioni trimestrali; nel IV trimestre 2025 il tasso di disoccupazione destagionalizzato è sceso al 5,6%, con occupati a 24,121 milioni e una crescita trainata soprattutto dai contratti stabili e dagli indipendenti, a fronte del calo dei tempi determinati.

La spinta sugli anziani
Questi numeri confermano un mercato del lavoro complessivamente solido, ma anche una trasformazione che ha molto a che vedere con la demografia: la forza lavoro invecchia, resta attiva più a lungo e spinge in alto l’occupazione tra i cinquantenni, mentre le fasce più giovani faticano a intercettare con continuità la stessa traiettoria.
I dati Istat degli ultimi trimestri e la sintesi diffusa ieri mostrano infatti come l’aumento degli occupati si associ a un riequilibrio nella composizione contrattuale e a una riduzione dei disoccupati, ma non cancellano le asimmetrie generazionali che già si intravedevano durante l’anno, con segnali di rafforzamento concentrati tra i 50-64enni e nel Mezzogiorno, e un passo più incerto tra gli under 50, in particolare nella fascia 25-34 anni.
Che cosa significa tutto questo per i giovani? Il messaggio che arriva dai dati è duplice: da un lato la crescita occupazionale c’è ed è reale, dall’altro non sempre si traduce in nuove posizioni qualificate, stabili e ben pagate per chi entra ora nel mercato.
Le imprese stanno premiando esperienza e continuità, componenti oggi più abbondanti tra i lavoratori maturi, mentre l’ingresso dei più giovani rimane esposto a discontinuità contrattuali e retributive. Non è un caso che nella fotografia congiunturale di fine 2025 si veda un mix fatto di più tempo indeterminato, più lavoro autonomo e meno contratti a termine, un assetto che favorisce chi è già inserito e rende più difficile il salto di qualità alle nuove leve.
Mismatch
In questo contesto l’interpretazione ‘demografia rimanda al lavoro i cinquantenni disoccupati’ non è un espediente retorico, ma la manifestazione statistica di un Paese che invecchia, alza l’età effettiva di pensionamento e consolida la partecipazione degli over 50, mentre la coorte giovane si restringe numericamente e incontra un mercato che domanda skill specifiche e subito spendibili; quando questo incastro non riesce, si crea un mismatch che rallenta la piena inclusione occupazionale dei 25-34enni anche dentro un ciclo macro positivo.

La conseguenza è che la sola crescita non basta: per evitare un mercato duale, con adulti sempre più stabili e giovani troppo spesso ai margini, servono politiche che trasformino l’attuale spinta quantitativa in qualità del lavoro per chi entra adesso, colmando i vuoti di competenze, sostenendo la transizione verso ruoli ad alto contenuto professionale e rimettendo in asse salari e produttività. I dati diffusi ieri suggellano un progresso importante, ma allo stesso tempo indicano la direzione del lavoro che resta da fare: accompagnare la maturità del sistema con un vero ascensore per le nuove generazioni, così che il record degli occupati non resti il traguardo dei cinquantenni, ma diventi un punto di partenza anche per chi ha meno di trentacinque anni.