Il conflitto scatenato dall’attacco missilistico di Stati Uniti e Israele sull’Iran e che è costato la vita all’ayatollah Ali Hosseini Khamenei non è un evento confinato al Medio Oriente. Riguarda da vicino tutti i cittadini del mondo e, in misura ancora più sensibile – oltre che quelli di tutto il quadrante mediorientale, emiri e turchi compresi – anche molti paesi vicini dell’Africa orientale, che possono pagare dazio per la fragilità delle catene logistiche, energetiche e alimentari.

Con Hormuz bloccato e i prezzi dell’energia in salita, paesi come Kenya, Etiopia e Somalia fronteggiano una tempesta perfetta. L’Unione Africana lancia l’allarme: solo la diplomazia può evitare che un conflitto a migliaia di chilometri diventi una crisi sistemica per tutto il continente. Ma per capire cosa stia succedendo è meglio ripartire da quello che è solo l’ultimo capitolo della crisi che è di nuovo in pieno corso.

Medioriente e Iran
L’attacco ‘annunciato’ di Stati Uniti e Israele all’Iran, avvenuto la mattina del 28 febbraio 2026 e la risposta iraniana, che non ha risparmiato molti Paesi confinanti e quelli del Golfo in particolare (EAU, Qatar, Baherein, Arabia Saudita, Kuwait, mentre una petroliera è stata attaccata al largo dell’Oman da un’imbarcazione carica di esplosivi ) ha trasformato una crisi regionale in un rischio globale.
La Francia si è detta “pronta” a proteggere i Paesi del Golfo, mentre esplosioni sono state avvertite da Gerusalemme a Dubai. Gli USA parlano ormai apertamente di “operazioni di combattimento su larga scala”, ed Hezbollah ha reagito attaccando Israele dal Libano.

Le reazioni globali: Cina, Russia, India
Le altre principali potenze (Cina, Russia, India) attive nell’area hanno reagito con un atteggiamento definibile “blando”, pur con sfumature diverse. Pechino mantiene una linea di neutralità attiva, chiedendo moderazione e dialogo. Ha condannato gli attacchi ma senza offrire sostegno materiale a Teheran, coerente con la sua strategia di lungo periodo verso l’Iran.
Il Cremlino ha riunito il Consiglio di Sicurezza e chiesto uno ‘stop immediato’ della guerra in sede ONU. L’India, secondo analisi europee, assiste con cautela, temendo contraccolpi energetici e diplomatici, aggravati dagli shock petroliferi legati al conflitto. L’Europa – in generale – nella crisi Iran-USA-Israele del 2026 è più una potenza preoccupata che una potenza protagonista: chiede de‑escalation, subisce gli effetti economici, resta allineata a Washington e non dispone degli strumenti per influenzare realmente l’evoluzione del conflitto.
L’intervento dell’Unione Africana
La UA è intervenuta con toni insolitamente forti. Il presidente della Commissione Mahmoud Ali Youssouf ha espresso «profonda preoccupazione» per gli attacchi, denunciando un salto di qualità nelle ostilità e avvertendo che l’escalation «minaccia l’energia, la sicurezza alimentare e la resilienza economica dell’Africa». Ha chiesto immediata de‑escalation e ritorno alla diplomazia.
Lo Stretto di Hormuz è il principale collo di bottiglia energetico del pianeta. Vi transita circa il 20% del petrolio mondiale e un quinto del GNL globale. La sua chiusura o parziale interdizione ha già fermato oltre 150 navi, costringendo molte compagnie a circumnavigare l’Africa, con costi esorbitanti.

La dipendenza africana dalle importazioni via marittima rende la regione orientale vulnerabile all’aumento dei prezzi del greggio e del GNL. Il blocco potrebbe generare aumenti fino a +40 cent/litro per i carburanti in mercati come l’East Africa. La spirale inflazionistica colpirà anche i fertilizzanti e i trasporti del grano, aggravando condizioni già critiche.
Porti strategici come Mombasa (Kenya) e Berbera/Gibuti (Corno d’Africa) rischiano congestione e ritardi. Le compagnie di shipping stanno già evitando Hormuz, allungando le rotte di 10‑14 giorni. Ethiopian Airlines e Kenya Airways hanno cancellato voli verso Medio Oriente per motivi di sicurezza.
Chi aveva rapporti con l’Iran in Africa orientale?
L’Iran negli ultimi anni aveva ampliato le sue relazioni nel Corno d’Africa. Con l’Etiopia esiste un accordo di sicurezza firmato nel 2025, che include cooperazione di intelligence e forniture di droni militari impiegati nel conflitto del Tigray, mentre con la Somalia i rapporti sono tradizionalmente tesi a causa del ruolo di Teheran in Yemen e nella regione. L’Eritrea è storicamente oscillante tra Iran e paesi del Golfo, ma in passato ha concesso accessi logistici a Teheran. Kenya e Uganda hanno rapporti limitati e soprattutto economici; non emergono partnerships strategiche recenti. Mentre negli ultimi anni, soprattutto tra il 2023 e il 2025, i rapporti tra Iran e Tanzania hanno registrato una notevole accelerazione, con un’espansione della cooperazione economica, diplomatica e settoriale. E’ attivo un memorandum d’intesa tra i due Paesi riguardante i principali settori dell’economia. Sullo sfondo il dato che l’Iran è uno dei maggiori creditori di Tanzania (1,48 trilioni di scellini tanzaniani, debito risalente agli anni ’70‑’80 per petrolio fornito a credito). Questo lo rende il principale debitore bilaterale del Paese. La politica di non‑allineamento della Tanzania, che la rende interlocutore più libero rispetto a paesi legati a blocchi geopolitici.

Esistono nuclei sciiti nell’Africa orientale?
L’Africa è a stragrande maggioranza sunnita, e le comunità sciite sono minoritarie e spesso represse. Si trovano in Marocco, Tunisia e in misura minore nei paesi del Golfo africano, non in Africa orientale. In Etiopia, Somalia, Eritrea, Kenya, Uganda non emergono comunità sciite rilevanti; la regione è quasi interamente sunnita (Somalia), cristiana ortodossa (Etiopia, Eritrea) o cristiana-protestante (Kenya, Uganda).
Il caso del Kenya
Il Kenya, principale hub economico dell’Africa orientale, rischia effetti diretti e indiretti. In primo luogo, il paese è altamente dipendente dall’import energetico via mare, vulnerabile ad aumenti del Brent. Il Porto di Mombasa, come detto, rischia una possibile congestione per deviazione delle rotte commerciali. La presenza dei terroristi di Al‑Shabaab (forza legata ad Al‑Qaeda, sunnita) aumenta il rischio che instabilità globali vengano sfruttate da gruppi jihadisti. Nairobi ha assunto un ruolo di mediatore regionale (Ethiopia-Somalia).
Il governo iraniano ha assicurato che il Kenya è al sicuro dagli attacchi missilistici in corso, in mezzo alle tensioni con Stati Uniti e Israele da una parte che hanno colpito i paesi del Golfo.
Rivolgendosi alla stampa lunedì 2 marzo, l’ambasciatore iraniano in Kenya, Ali Gholampour, ha dichiarato che il Kenya non rischia nulla non ospitando basi americane di rilievo. Il presidente William Ruto ha sottolineato che il conflitto rischia di compromettere la pace e la sicurezza internazionale suggerendo la necessità di una diplomazia multilaterale per risolvere e gestire i conflitti in fase di de-escalation.
“In questo momento decisivo e pericoloso della storia globale, le istituzioni multilaterali di lunga data rimangono quadri indispensabili per la risoluzione dell’attuale crisi in Medio Oriente,” ha chiosato Ruto.