La posizione del presidente William Ruto, nel Kenya che guarda con sempre maggiore attenzione e pressione alle elezioni del 2027, appare oggi più fragile di quanto si potesse prevedere fino a pochi mesi fa. La sospensione del dialogo tra l’ODM di Raila Odinga e l’UDA, il partito presidenziale, rappresenta un problema rilevante per l’architettura politica su cui Ruto aveva costruito la propria stabilità parlamentare.
Anche se non si tratta di una rottura irreversibile, lo stop al confronto riduce – almeno nel breve periodo – la capacità del presidente di presentarsi come figura di sintesi nazionale e indebolisce le potenzialità elettorali di una coalizione che già mostrava tensioni interne.
Una situazione complessa
Causa conflitto in Iran e blocco di Hormuz, il Kenya ha formalmente richiesto un aiuto finanziario urgente alla Banca Mondiale per far fronte all’aumento dei costi del carburante.
Questa decisione giunge in un momento in cui i mercati globali dell’energia e del petrolio rimangono incerti, facendo aumentare il costo delle importazioni, in particolare per i paesi che dipendono dal petrolio importato, come il Kenya.
In questo contesto i sindacati della Central Organisation of Trade Unions (COTU) premono per un aumento urgente del salario minimo, affermando che i lavoratori stanno affrontando difficoltà senza precedenti. E molti osservatori sono convinti che in occasione della celebrazione del primo maggio, Ruto riconoscerà ai lavoratori garanzie aggiuntive rispetto a quelle attuali.
Primo maggio
La Federazione dei datori di lavoro del Kenya (FKE), però si è formalmente opposta alle richieste di aumenti salariali per i dipendenti, auspicando un approccio strutturato e all’insegna della sostenibilità al tema dell’aumento del costo della vita.
L’impatto internazionale della crisi nello Stretto di Hormuz è stato e rimane pesantissimo in Africa. L’instabilità dell’area, con riflessi immediati sui prezzi energetici globali, ha alimentato non solo in Kenya proteste diffuse.
Il governo di Nairobi si trova stretto tra vincoli fiscali severi, obblighi verso i creditori internazionali e un’opinione pubblica sempre meno disposta ad assorbire nuovi sacrifici. Dopo anni di espansione sostenuta, il Kenya deve fare i conti con una congiuntura globale sfavorevole e con problemi specifici del quadrante orientale africano ed una marcata instabilità delle rotte commerciali che collegano l’Africa orientale alla sponda araba.
Le difficoltà di alcune economie del Golfo, colpite direttamente dalle tensioni regionali e dal confronto sistemico con l’Iran, si riflettono anche su un Kenya che da quelle relazioni dipende per investimenti, rimesse e scambi.
In controluce, il percorso di Ruto richiama quello di altri leader che, partiti da una posizione di forza, si trovano ora a navigare in acque più turbolente.
Il caso Meloni
In Italia, Giorgia Meloni affronta una fase di logoramento politico. Il raffreddamento dei rapporti con Donald Trump, la sconfitta referendaria, gli scandali che colpiscono segmenti del suo partito e della maggioranza e lo sfilacciamento della coalizione di governo mettono in discussione l’immagine di leader imbattibile. Anche qui, come in Kenya, non si intravede ancora una chiara alternativa pronta a capitalizzare, ma il vantaggio iniziale si assottiglia.
Il tema del rapporto con Trump chiude idealmente il cerchio. Ruto ha guardato agli Stati Uniti come partner strategico, anche se non in maniera esclusiva. Meloni, che aveva investito molto in una relazione politica e simbolica col presidente americano, sperimenta i limiti di questa scelta e ora prende le distanze. In entrambi i casi, la frammentazione delle opposizioni – prive di un front runner unitario – resta il principale paracadute dei leader in difficoltà.