Natalità e istruzione devono essere in primo piano nell’azione politica se si vuole rilanciare il Paese e dargli un futuro. Così parlò Fabio Panetta, senza possibilità che il suo intervento fosse tacciato di essere di parte. Porre le condizioni per far nascere più bambini, ma investire molto sulla formazione scolastica e nel frattempo impegnarsi per trattenere i talenti formatisi nel nostro sistema e attrarne di altri. Senza lesinare risorse.

Nel suo intervento all’Università di Messina, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 2025-2026, il Governatore della Banca d’Italia ha scelto di affrontare temi cruciali per il futuro del Paese: il calo demografico, la necessità di sostenere la natalità e il ruolo strategico degli investimenti nell’istruzione, in particolare quella universitaria.
Natalità e formazione universitaria, aspetti cruciali
Le sue parole hanno delineato un quadro chiaro delle fragilità strutturali che l’Italia si trova oggi ad affrontare, ma anche delle possibilità di inversione di tendenza, qualora si mettano in campo politiche lungimiranti.

Sin dalle prime battute, Panetta ha sottolineato come la sfida non sia semplicemente “crescere”, ma decidere “come si cresce”, richiamando la necessità di un modello sostenibile dal punto di vista economico, sociale e civile, e fondato su un capitale umano forte e adeguatamente formato.
Questa visione si inserisce nella sua riflessione più ampia sul ruolo delle università come istituzioni di lunga durata, capaci di produrre conoscenza e, soprattutto, di renderla utile al progresso del Paese, secondo un’impostazione che riprende anche la lezione di Gaetano Salvemini, evocata durante il discorso.
Investire di più nel sistema educativo
Uno dei punti centrali dell’intervento riguarda il tema dell’istruzione e della spesa pubblica ad essa destinata. Panetta ha spiegato che l’Italia è il Paese che investe meno, tra le principali economie europee, nel sistema educativo, con risorse che non raggiungono il 4% del PIL.

Questo dato, già di per sé allarmante, è quasi un punto sotto la media dell’Unione Europea e rappresenta un differenziale significativo rispetto agli altri grandi partner dell’area euro. Ancora più preoccupante è il fatto che la spesa per studente universitario risulti inferiore a quella destinata alla scuola superiore, una dinamica opposta rispetto a quella osservata nelle altre economie avanzate, dove si tende a rafforzare soprattutto la formazione terziaria.
Panetta ha insistito sull’idea che investire in istruzione non sia un atto isolato, né un costo da sopportare, ma un investimento ad alto rendimento economico e sociale, capace di generare benefici diffusi e duraturi. L’innovazione, la produttività e la competitività del Paese dipendono in maniera diretta da questo impegno; non a caso, ha ricordato che un laureato tedesco guadagna in media l’80% in più di un laureato italiano, segnale di un sistema che non valorizza né prepara adeguatamente i suoi talenti.
Il vincolo demografico
A questa riflessione sull’istruzione Panetta ha affiancato l’analisi del vincolo demografico, forse il più grave e urgente dei problemi strutturali italiani. Il Paese sta invecchiando rapidamente e, se l’attuale tendenza dovesse proseguire, entro il 2050 l’Italia perderà oltre sette milioni di persone in età lavorativa. Il calo della natalità si concentra soprattutto nel Mezzogiorno e nelle aree interne, regioni che già presentano livelli più bassi di occupazione e produttività, amplificando ulteriormente gli squilibri territoriali.
Impatto economico
Il Governatore ha ricordato che una popolazione che si riduce non è solo una questione statistica, ma un freno diretto alla crescita economica: meno lavoratori significano meno innovazione, meno consumi, meno possibilità di sostenere un sistema di welfare già sotto pressione. Per questo motivo ha insistito su politiche che favoriscano la partecipazione femminile al mercato del lavoro, oggi ancora troppo bassa, e su misure in grado di sostenere concretamente le famiglie, come i servizi per l’infanzia, gli incentivi alla genitorialità e un ambiente sociale in cui avere figli non diventi un fattore di rischio economico e professionale. La natalità, nelle sue parole, non è un tema privato ma un vero e proprio asset strategico, indispensabile per garantire la sostenibilità delle generazioni future.

Problemi interdipendenti
Questi due grandi temi – istruzione e natalità – sono tutt’altro che separati e Panetta ha insistito sulla loro interdipendenza. Un Paese che investe poco nell’istruzione produce meno produttività, meno reddito, meno condizioni favorevoli alla formazione di nuove famiglie. Allo stesso tempo, un Paese con pochi giovani rischia di non avere sufficiente capitale umano per innovare e sostenere una crescita di lungo periodo. Il capitale umano, come ha ribadito, è una responsabilità collettiva: non può essere lasciato al caso, né affidato unicamente alle scelte individuali, perché dalla sua qualità dipendono la salute economica e sociale dell’intera nazione.
Panetta ha anche situato queste riflessioni nel contesto più ampio delle trasformazioni globali in atto: quelle tecnologiche, geopolitiche e demografiche.
Resilienza e adattamento
L’Italia, ha detto, ha mostrato una notevole capacità di adattamento negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, e in molti casi ha sorpreso analisti e osservatori internazionali. Tuttavia, questa resilienza non cancella i nodi strutturali che rallentano il Paese: stagnazione della produttività, limitata capacità di innovazione e crescita salariale debole da oltre un quarto di secolo. Il Mezzogiorno, pur mostrando segnali incoraggianti nel periodo post-pandemico, resta uno degli ambiti in cui le fragilità demografiche e formative si manifestano con maggior forza, imponendo una riflessione non solo economica ma anche sociale e culturale.
Investire su giovani, istruzione, natalità e innovazione non è un’opzione: è l’unico percorso possibile per restituire slancio a un Paese che ha tutte le risorse per crescere, purché decida di farlo in modo consapevole, coerente e condiviso.


