Yemen del sud in fibrillazione, ma con quella che pare una svolta bellica decisiva e di suggestiva attualità. Negli ultimi mesi il conflitto yemenita è entrato in una fase che molti osservatori descrivono come una vera resa dei conti interna a quello che una volta era il fronte anti‑Houthi.
Dopo anni di equilibri precari, la frattura tra le forze sostenute da Riyadh e quelle appoggiate da Abu Dhabi è esplosa apertamente tra dicembre 2025 e gennaio 2026, quando il Consiglio di Transizione del Sud (STC), sostenuto dagli Emirati, ha tentato un’avanzata rapida nelle province orientali di Hadramawt e al‑Mahra, arrivando a controllare snodi petroliferi e infrastrutture strategiche come il porto di Mukalla.
Salem Ahmed Saeed al‑Khanbashi (Salem al‑Khanbashi) è stato il comandante operativo della contro‑offensiva saudita nel sud‑est dello Yemen, in particolare in Hadramawt.
La risposta saudita è stata immediata e dura. L’aviazione del regno ha colpito convogli e depositi d’armi attribuiti all’STC e ha sostenuto l’avanzata delle forze fedeli al Consiglio di Leadership Presidenziale yemenita, riuscendo in poche settimane a riconquistare gran parte dei territori persi e a bloccare l’ambizione secessionista meridionale.

Bin Salman batte bin Zayed ma…
Il gesto forse più simbolico di questa inversione di tendenza è stato l’ultimatum saudita che ha portato al ritiro ufficiale delle truppe emiratine dallo Yemen, sancendo di fatto la fine del coordinamento militare diretto tra i due alleati storici nel Paese. È al‑Khanbashi che ha diretto sul terreno la riconquista di Mukalla, delle basi militari e dei siti petroliferi, con il supporto diretto dell’aviazione saudita.
Il volto della sconfitta emiratina nello Yemen meridionale e Aidarous al‑Zubaidi (Aidarous al‑Zoubaidi), leader e comandante politico‑militare del Consiglio di Transizione del Sud (STC), sostenuto dagli Emirati.
Passando dal Somaliland si è rifugiato ad Aabu Dhabi, ma avendo una situazione critica. Scomparso prima dei colloqui di Riyadh è stato rimosso dal Consiglio di Leadership Presidenziale, accusato di alto tradimento dal governo yemenita. La sua uscita di scena ha aperto una spaccatura interna allo STC, culminata nel controverso annuncio di scioglimento del movimento.
Oggi, mentre Riyadh tenta di imporre un processo di dialogo sotto la sua regia e mentre l’STC affronta una profonda crisi interna, il baricentro del potere nel sud sembra essersi spostato a favore delle implicite “linee rosse” saudite.

Un contesto delicato
Per comprendere questo scontro bisogna guardare agli interessi divergenti delle forze in campo. L’Arabia Saudita continua a considerare lo Yemen soprattutto come una questione di sicurezza nazionale: evitare la frammentazione del Paese, prevenire la nascita di entità ostili lungo il proprio confine meridionale e impedire che corridoi energetici e commerciali cadano sotto influenza rivale.
Non è un caso che Riyadh sostenga il Consiglio di Leadership Presidenziale e unità come le National Shield Forces, viste come strumenti per ricostruire almeno formalmente uno Stato yemenita unitario.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno invece perseguito negli anni una strategia più selettiva e marittima, puntando al controllo di porti, isole e coste, dalla Socotra ad Aden, e appoggiando il progetto secessionista del Consiglio di Transizione del Sud, ritenuto più affidabile nel contenimento dell’islam politico e nel contrasto ad al‑Qaeda.
Su questo sfondo resta il terzo grande attore: i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran, che controllano il nord e osservano con attenzione le divisioni dei loro nemici, pronti a sfruttarle politicamente e militarmente. Attorno a questi blocchi gravitano tribù locali, milizie regionali, interessi economici legati al petrolio di Hadramawt e alla possibilità di futuri oleodotti che aggirino lo Stretto di Hormuz, rendendo il conflitto un mosaico di lealtà più che una guerra lineare.
Una faglia geopolitica importante

Il significato di questa fase del conflitto va però oltre lo Yemen. Il Paese si trova al margine di alcune delle principali faglie geopolitiche contemporanee: la sicurezza del Mar Rosso e del Bab el‑Mandeb, la rivalità latente tra potenze del Golfo, la competizione tra Stati Uniti, Iran e attori regionali per il controllo delle rotte marittime ed energetiche.
Le recenti tensioni interne al campo anti‑Houthi arrivano dopo mesi di attacchi alla navigazione nel Mar Rosso da parte degli Houthi, che hanno già dimostrato quanto lo Yemen possa influenzare gli equilibri commerciali globali e la stabilità del Golfo allargato.
In questo senso, lo scontro tra sauditi ed emiratini per il sud dello Yemen è anche il riflesso di un ordine regionale in trasformazione, in cui alleanze un tempo granitiche diventano fluide e sempre più subordinate a interessi economici e di prestigio nazionale. La crisi yemenita mostra come il Medio Oriente stia entrando in una fase di competizione più frammentata, meno ideologica e più opportunistica, dove il controllo di porti, corridoi e chokepoint strategici conta quanto – se non più – la vittoria militare sul campo.
Finché queste dinamiche resteranno irrisolte, lo Yemen continuerà a essere non solo il terreno di una guerra locale, ma anche uno specchio dei cambiamenti geopolitici più profondi che attraversano l’area del Golfo e il sistema internazionale nel suo complesso.
Bin contro Bin
In questa fase specifica dello scontro yemenita Mohammed bin Salman ha quindi battuto Mohammed bin Zayed. Ma va detto in che senso, con quali limiti e a quale prezzo.
Sul terreno politico‑militare degli ultimi mesi le forze sostenute dall’Arabia Saudita hanno riconquistato Hadramawt e al‑Mahra. L’offensiva secessionista dello STC, braccio emiratino, è stata fermata e respinta e gli Emirati hanno dovuto ritirare le loro truppe e accettare un processo negoziale sotto regia saudita. Aidarous al‑Zubaidi, uomo‑chiave di Abu Dhabi, è stato neutralizzato politicamente, a quanto pare definitivamente.
In questo senso Bin Salman ha imposto una linea rossa – niente secessione armata nel sud dello Yemen – e l’ha fatta rispettare. È una dimostrazione di forza regionale e di leadership sul dossier yemenita.
Ma non è una sconfitta strategica totale di Bin Zayed
Bin Zayed non perde tutto: conserva leve economiche, reti portuali, influenza indiretta su milizie e attori locali; evita uno scontro diretto con Riyadh, scegliendo il ritiro tattico. E trasforma una sconfitta militare in una partita politica di medio periodo. Gli Emirati hanno spesso dimostrato di saper perdere una battaglia per restare dentro la guerra.