L’Iran e quello che sta succedendo nel quadrante mediorientale spingono all’elaborazione di nuovi paradigmi. Tra tante domande che rimangono sospese.

La prima: perché quello che sta succedendo in Iran non è al centro del dibattito arabo? Cosa è successo in Yemen, dove si è spezzato in maniera più palese che in precedenza il fronte che legava assieme, sia pure disordinatamente, le ragioni di Mohamed bin Salman (Arabia Saudita) e quelle di Mohamed bin Zayed (Emirati)? Con chi stanno i paesi Arabi: con l’attuale presidente Masoud Pezeshkian, o con il figlio dello scià, Reza Palavi?

Che ne è del patto di Abramo, tanto caro a Donald Trump, dopo l’azione devastante degli israeliani a Gaza e non solo? Che cosa significa quello che è successo in Somaliland, con il regime, ‘ribelle’ per la Somalia, riconosciuto solo da alcuni stati della regione? Quali nuove geometrie inter-islamiche si stanno mettendo a punto, trasversali perfino alle differenze tra sunniti e sciiti?

Iran e medio oriente da decodificare
Ad alcuni di questi interrogativi, ognuno per suo conto rispondono articoli pubblicati in questi ultimi giorni su The Economist, ma anche Il Sole24Ore, nonché su alcuni siti specializzati nella politica internazionale.

Perché gli stati arabi tacciono sui disordini dell’Iran?
La risposta di base è che l’Iran non fa più paura come prima e ha perso gran parte della sua influenza regionale, duramente colpito da Israele come le milizie di Hezbollah. Per i Paesi arabi sunniti, l’Iran è ormai una potenza regionale di secondo livello. Tutti temono la logica della Repubblica islamica, ma non auspicano il crollo di uno Stato da 92 milioni di abitanti a poche centinaia di chilometri dal Golfo.

Tra Asia e Medioriente, ma anche Africa, quello che pare emergere – intanto – sono nuove triangolazioni di alleati. Epifanico, per certi versi quello che è successo nello Yemen.
Bin Salman a fianco della fazione ‘regolare’ ha risposto con successo al tentativo di forzare gli equilibri della fazione di Bin Zayed. E ora pare guardare, più che ad un accordo regionale – in funzione anti-Iran – con i vecchi firmatari del Patto di Abramo, ad una inedita alleanza con Turchia e Pakistan, in grado di garantire tecnologie militari e copertura ‘atomica’.

I Paesi islamici, racconta un articolo di Barbara Carfagna sul Sole, parlano di questo assetto come di una sorta di Islamic Nato. Con la Turchia – formalmente Paese della Nato vera – a giocare con un piede in due scarpe, e l’India costretta a guardare con qualche preoccupazione ai nuovi equilibri del quadrante, che mettono pure in discussione il Corridoio IMEC (India, Medio Oriente, Europa).

Spaccati gli emiri. Da una parte gli Emirati, con Israele e Usa, dall’altra Riyad. Con destabilizzazioni del quadro anche in Africa dove, ad esempio, l’Arabia apre una rotta aerea con la Somalia mentre Israele riconosce il Somaliland.

E dove il presidente del Kenya, William Ruto, è costretto ad equilibrismi sempre più complessi per far convivere gli affari con Bin Zayed e quelli con Bin Salman, la vicinanza all’America di Donald Trump e gli accordi economici e commerciali con la Cina.