Le prospettive dell’Africa nel 2026, crescita al +4,3 ed inflazione in calo

SOMMARIO

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Alla fine del 2025 ed in avvio di 2026 l’Africa evidenza una sorprendente vitalità, ma conferma i suoi dati per natura contraddittori. Da una parte una consolidata resilienza, dall’altro una endemica vulnerabilità e una frammentazione ed eterogeneità delle prestazioni. Il continente pare avere superato la tendenza a soffrire crisi così acute da metterne in gioco il destino.

Ma non si può dire abbia ancora imboccato un processo di sviluppo strutturale, industriale, esteso e inclusivo.

Le principali istituzioni internazionali – AfDB, FMI e Banca Mondiale – concordano sulla tenuta macroeconomica, ma divergono sull’impatto sociale della crescita, segnalando il rischio di una ripresa che non si traduca in benessere diffuso. In tema resilienza, Il Resilient Economies Index (Global Center on Adaptation) valuta l’87 % delle attività economiche africane già protette dai rischi climatici. I Paesi con performance top (“Tier 1”) sono Burundi, Kenya, Mozambico, Sierra Leone, Uganda.

Crescita (dimomogena) e inflazione in Africa

Il continente chiude il 2025 con un PIL reale in aumento del 4,2% e una previsione di +4,3% per il 2026, confermandosi la seconda regione più dinamica al mondo dopo l’Asia.

Tuttavia, la crescita è disomogenea. Alcuni Paesi beneficiano di investimenti in infrastrutture e diversificazione, altri restano dipendenti da materie prime e vulnerabili a instabilità politiche.

Sul fronte dei prezzi, l’inflazione media scende dal 13,7% al 10,3%, grazie a politiche monetarie restrittive e al miglioramento delle catene di approvvigionamento globali.

In 35-37 Paesi – inoltre, l’inflazione viaggia sotto il 5%, ma persistono sacche di iperinflazione legate a conflitti e svalutazioni.

Debito e finanza pubblica

Il nodo più critico è la finanza pubblica. Il deficit fiscale medio si attesta al 5,1% del PIL, mentre il costo del debito erode le basi dello sviluppo. Le previsioni UN indicano un debito/PIL medio al 63% nel 2025, con interessi che assorbono il 15% delle entrate statali, e circa il 40% dei Paesi in condizione di sovra indebitamento. In quasi quattro Paesi su cinque la spesa per interessi supera quella per sanità o istruzione. Ventitré Stati sono sotto stress debitorio, esclusi dai mercati internazionali e costretti a ricorrere a finanziamenti interni, con uno stresso finanziario che limita investimenti produttivi.

Bene l’Africa Orientale

Le performance regionali confermano le differenze: Africa orientale guida con circa il 6%, trainata da Etiopia, Kenya, Ruanda e Tanzania. Per converso l’Africa occidentale cresce del 4,8% grazie alla ripresa nigeriana, ma con l’Africa australe che ristagna al 2,2%, penalizzata dal Sudafrica. Il Nord Africa, infine, finalmente beneficia ancora di turismo e domanda europea, passando dal 3,8% al 4,1%.

Il nodo lavoro e le sfide 2026

Dietro i numeri si nasconde la vera criticità: occupazione e demografia. Ogni anno 11 milioni di giovani entrano nel mercato del lavoro, ma si creano solo 3 milioni di posti formali.

Entro il 2050 la popolazione in età lavorativa crescerà di 600 milioni, con il rischio di una “jobless growth”: settori trainanti come estrazione e risorse naturali sono capital-intensive e poveri di lavoro.

Cruciale transizione

Il 2026 sarà un anno di transizione cruciale. Le priorità includono rafforzare le entrate interne, ridurre la dipendenza dalle materie prime, sviluppare infrastrutture abilitanti (energia, trasporti, credito), sbloccare il potenziale delle PMI e mettere la creazione di lavoro dignitoso al centro delle politiche.

In questo contesto AfDB sottolinea resilienza, la Banca Mondiale avverte sul rischio di crescita senza occupazione, mentre il FMI mantiene una posizione intermedia.

La conclusione è chiara: l’Africa cresce più delle economie avanzate, ma questa crescita rischia di restare una vittoria di Pirro se non si traduce rapidamente in lavoro, inclusione sociale e opportunità per una popolazione giovane in forte espansione. Il vero banco di prova del 2026 non sarà il PIL, ma la capacità di trasformare numeri macroeconomici in futuro concreto per milioni di persone.