Il welfare aziendale aumenta produttività e reputazione

SOMMARIO

Nessun contenuto disponibile.

Tornare ad un welfare più spinto, magari edizione 3.0. Un’intervista del Corriere della Sera ad Alberto Dell’Acqua, direttore scientifico Corporate Welfare Lab della Luiss Business School, rilancia i contenuti del primo Rapporto dell’Osservatorio Corporate Welfare Lab, di Luiss Business School con Edenred Italia, prodotto alla fine di febbraio. Emerge che il welfare aziendale sta vivendo una fase di rilancio come strumento di responsabilità sociale delle imprese verso i propri dipendenti, con le aziende che nella cura dei rapporti con i dipendenti usano molto strumenti e benefit digitali.

L’architrave del supporto sono i ‘vecchi’ buoni pasto, ma sono stati molto implementate le opzioni di flessibilità del lavoro, opportunità di formazione, pacchetti di supporto che includono servizi per le famiglie. Il welfare però rimane prerogativa più frequente delle aziende di aziende più grandi, in primis di multinazionali (78%) o di società italiane con sedi all’estero (69%). Solo il 32% delle Pmi offre questo tipo di attenzione. Ma l’interesse delle piccole imprese è in aumento, soprattutto grazie alle nuove misure governative che incoraggiano anche questa tipologia d’impresa a investire su questi benefici. Che implementano produttività, fatturato e reputazione. Il welfare, inoltre, attira i giovani, molto attratti soprattutto da offerte di lavoro più flessibili e orientate alle persone.

Più welfare o meno welfare? Performance migliori delle aziende attive

Il Rapporto 2026 del Corporate Welfare Lab LUISS–Edenred rappresenta uno dei primi tentativi sistematici di misurare in modo quantitativo l’impatto del welfare aziendale sulle performance economiche delle imprese italiane. L’osservatorio è stato lanciato nel 2025 dalla Luiss Business School insieme a Edenred Italia con l’obiettivo di costruire una base scientifica sul tema, collegando pratiche di welfare a indicatori economici, sociali ed ESG

Il primo rapporto annuale si basa su un campione di circa 600 imprese italiane e confronta direttamente aziende dotate di piani di welfare strutturati con aziende che ne sono prive. Il risultato principale è la dimostrazione di una correlazione positiva e significativa tra welfare e performance economica, che emerge in modo trasversale per dimensione aziendale e settore.

Uno dei dati più rilevanti riguarda l’effetto marginale dei servizi di welfare: ogni nuovo benefit introdotto (come assistenza sanitaria integrativa, istruzione, mobilità o tempo libero) si associa a un incremento medio del +2,1% del fatturato pro capite. Questo suggerisce che il welfare non agisce in modo simbolico, ma come variabile cumulativa e misurabile, con effetti diretti sulla produttività individuale.

Lo spread

Ancora più significativo è il cosiddetto “moltiplicatore per le PMI”. Nelle imprese di piccole dimensioni (10–49 dipendenti), quelle con welfare strutturato registrano un fatturato medio superiore del +26,7% rispetto alle concorrenti senza welfare. Il differenziale cresce ulteriormente nelle medie imprese (50–249 dipendenti), dove il gap raggiunge il +29,8%, equivalente a circa 7,8 milioni di euro di ricavi aggiuntivi medi. Anche tra le grandi imprese si osserva un vantaggio significativo (+19,5%), sebbene meno accentuato.

Questo evidenzia un punto chiave: il welfare aziendale genera un vero e proprio “spread di produttività”, premiando in particolare le PMI, che rappresentano la spina dorsale del sistema produttivo italiano.

Il rapporto analizza anche gli effetti sul capitale umano e sulla dinamica occupazionale. Nelle aziende con welfare strutturato, per ogni dipendente in uscita si registrano mediamente 3,3 nuove assunzioni, contro le 2,4 delle imprese prive di tali strumenti. Questo indicatore, definito “indice di dinamismo del capitale umano”, suggerisce che il welfare rafforza la capacità di attrarre talenti e rigenerare la forza lavoro.

L’osservatorio sottolinea come molte imprese italiane non sfruttino pienamente questo potenziale, adottando politiche di welfare poco strutturate o frammentate. Questo lascia spazio a un significativo margine di sviluppo, soprattutto in un contesto in cui il welfare si integra sempre più con le logiche ESG e con le strategie di lungo periodo delle aziende.