Filantropia italiana, ecco la fotografia aggiornata

Donare non basta, serve costruire relazioni, ascoltare i bisogni, misurare l’impatto. In altre parole, agire con intenzionalità. E’ questo – sintetizzato nel titolo del report, Filantropia italiana: tra tradizione e cambiamento – il bilancio sintetico di un documento ricco e articolato. Oltre cento fondazioni hanno condiviso dati e riflessioni, con l’intenzione di svolgere meglio questa attività.

Filantropia in movimento

Il report 2025 dell’Osservatorio della Filantropia e della CSR, promosso da Italia non profit con il supporto di Intesa Sanpaolo, analizza le pratiche operative di oltre 100 fondazioni italiane. L’indagine nasce per rendere più leggibile un settore frammentato, offrendo dati su modelli di intervento, processi di selezione, misurazione dell’impatto e relazioni con i beneficiari. L’obiettivo, dicono i promotori, è favorire scelte consapevoli e stimolare un confronto informato tra attori filantropici e Terzo Settore.

Tra tradizione e cambiamento

Il titolo del report riflette la tensione esistente tra modelli consolidati e nuove intenzionalità. Se da un lato prevale ancora l’erogazione tradizionale di contributi economici, dall’altro emergono segnali di evoluzione verso approcci più collaborativi e strategici.

Al monitoring hanno partecipato 103 enti, rappresentativi delle principali tipologie: fondazioni d’impresa (29%), di famiglia (24%), di origine bancaria (22%), di comunità (12%).

Si tratta di strutture che per oltre il 50% opera con meno di 4 dipendenti e con le fondazioni bancarie che sono le più strutturate. In campo patrimoni di estesa eterogeneità, con un terzo delle realtà sotto i 500.000 euro, mentre il 18% supera i 50 milioni (quasi tutte FOB, di origine bancaria cioè).

Cresce il numero totale delle fondazioni mappate, ma la distribuzione geografica rimane invariata. Il Nord si conferma l’area di massima densità filantropica (67,4%), con la Lombardia come principale hub filantropico del Paese, mentre Sud e Isole restano marginali (7,6%).

I tre ambiti tradizionalmente più sostenuti – Ricerca e istruzione, Assistenza sociale, Arte e cultura – rimangono ai vertici, pur con lievissime flessioni. Gli aumenti più marcati riguardano Filantropia e promozione del volontariato (+3,6 p.p.) e Tutela dei diritti e cittadinanza attiva. Malgrado la rilevanza pubblica dei temi climatici e globali, Ambiente e Cooperazione internazionale restano fermi al 20%, senza scatti in avanti.

Modelli operativi e approcci

La modalità prevalente delle fondazioni è l’erogazione a terzi (42%). Ma cresce anche il modello misto (36%) che combina grant e progettazione diretta. Gli approcci dichiarati sono di filantropia tradizionale (45,6%) e collaborativa (44,7%, con co-progettazione e partnership). Solo nel 33% dei casi l’iniziativa è strategica (orientata a obiettivi e impatto), mentre sono minoritari o marginali gli approcci più innovativi (trust-based 14,6, venture philanthropy 8,7%).

Emerge un settore in transizione, con le pratiche tradizionali che persistono, ma cresce la volontà di agire in modo più intenzionale e orientato ai risultati.

Meglio i rapporti stabili

In tema di relazioni con i beneficiari il 50% alterna rapporti stabili e flessibili, mentre il 20% costruisce relazioni di lungo periodo. I grant a fondo perduto dominano (79,6%), ma si affiancano supporti non finanziari (networking, formazione, comunicazione).

Solo il 16,5% finanzia costi generali in modo stabile, nonostante la loro importanza per la sostenibilità.

Nella rendicontazione prevale il controllo amministrativo (36,9%) con indicatori di impatto quasi assenti (3,9%). Tra i processi di selezione dei progetti i criteri principali sono la coerenza con la mission (73,8%) e impatto atteso (44,7%). La misurabilità dei risultati è poco considerata (11,6%).

Tra gli errori ricorrenti dei richiedenti ci sono obiettivi vaghi, documentazione debole, richieste non coerenti con la mission. Le relazioni positive si fondano su ascolto, allineamento strategico e riconoscimento reciproco dei ruoli.

Sfide e priorità

Le fondazioni indicano come principali criticità l’ascolto dei bisogni delle comunità (57,3%), il reperimento di risorse economiche (33%), la comunicazione del proprio ruolo (32%). Sorprende la scarsa priorità attribuita all’innovazione (20,4%), nonostante il 70% non abbia introdotto cambiamenti negli ultimi tre anni.

Tra le aree di miglioramento emergono misurazione dell’impatto (55,3%), l’accesso a nuove fonti di finanziamento (35,9%) e l’innovazione negli strumenti (26,2%).

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