Cannabis free? Non in Kenya. L’Alta Corte di Nairobi ha respinto la richiesta della Rastafari Society of Kenya di poter coltivare, possedere e consumare cannabis nelle abitazioni private e nei luoghi di culto. Il giudice Bahati Mwamuye ha stabilito che il divieto previsto dalla legge antidroga non viola automaticamente la libertà religiosa e che i ricorrenti non hanno dimostrato una base costituzionale sufficiente per ottenere una deroga. La comunità ha annunciato ricorso.
Religione o ricreazione
Il punto centrale è la differenza tra uso religioso e uso ricreativo. I rastafariani non chiedevano l’apertura di un mercato libero né il consumo per svago: presentavano la ganja come un sacramento, impiegato nella preghiera, nella meditazione e nelle cerimonie comunitarie. L’uso ricreativo, invece, non gode di una specifica protezione costituzionale e resta sottoposto al Narcotic Drugs and Psychotropic Substances Control Act. La norma punisce il possesso destinato al consumo personale con un massimo di cinque anni o una multa fino a 100.000 scellini; l’uso della sostanza può comportare sanzioni più pesanti.
Proprio la ristrettezza formale della richiesta ne rendeva ampie le possibili conseguenze. Un’esenzione avrebbe dovuto autorizzare non soltanto il consumo rituale, ma anche coltivazione, approvvigionamento e conservazione. Per lo Stato sarebbe stato difficile distinguere il fedele dal consumatore ricreativo e impedire che parte della cannabis prodotta legalmente finisse sul mercato clandestino.
Cavallo di Troia
Senza attribuire questa intenzione alla comunità rastafariana, il precedente avrebbe potuto diventare un “cavallo di Troia” del fronte antiproibizionista, rafforzando successive richieste di accesso medico, industriale e infine ricreativo.
Il dibattito ha infatti una forte componente economica. I sostenitori della riforma indicano nuovi redditi per gli agricoltori, licenze, imposte, posti di lavoro nella trasformazione ed esportazioni di cannabis medicinale. La canapa industriale, che non ha effetti intossicanti, può essere impiegata in tessili, carta, materiali edilizi, alimenti, cosmetici, componenti automobilistici e biocarburanti. L’UNCTAD considera la filiera un’opportunità per i Paesi in via di sviluppo, ma sottolinea la necessità di standard, controlli e capacità industriale: legalizzare una coltura non garantisce automaticamente un mercato redditizio.
La diffusione illegale
La marijuana è, intanto, già molto diffusa in Kenya. L’indagine nazionale NACADA del 2022 stima che il 2% dei cittadini tra 15 e 65 anni l’avesse consumata nel mese precedente, dato cresciuto del 90% rispetto al 2017. Il consumo è prevalentemente urbano: Nairobi registra la maggiore diffusione, seguita dalla regione costiera. Tra i giovani di Nairobi la prevalenza mensile arriva al 9,7%.
La coltivazione locale è stata segnalata nelle contee di Nyeri, Homa Bay, Embu, Kericho, Trans Nzoia, Makueni, Machakos e Kisii, con indicazioni anche per Vihiga e Nandi. Molta cannabis arriva inoltre da Tanzania, Uganda ed Etiopia attraverso Migori, il lago Vittoria, Busia, Malaba e Moyale, per poi convergere verso Nairobi e Mombasa. La sentenza blocca l’eccezione religiosa, ma non elimina un mercato ormai nazionale e radicato. La sentenza giunge sette anni dopo un’altra sentenza dell’Alta Corte che aveva riconosciuto il rastafarianesimo come religione protetta in Kenya, stabilendo che la decisione di una scuola di espellere una studentessa a causa dei suoi dreadlocks violava i suoi diritti costituzionali.