Milano generosa e altruista, pronta ad aiutare. Supporta l’ultimo arrivato e chi è in difficoltà, è capace di garantire opportunità un po’ a tutti. Non è un luogo comune, o uno stereotipo cancellato dalla modernità e dalle sue derive ciniche. Vale ancora, per lo meno quando il tema è l’eredità, il lascito non solo puramente economico di una vita di lavoro.
Questa genetica tendenza al sostegno e all’aiuto della metropoli lombarda viene forse per forza di cose filtrata da una realtà contemporanea e dal depresso andamento demografico. Ma Milano conferma l’attenzione al prossimo e al sociale.
Nella cronaca di Milano del Corriere della Sera, alla fine di maggio un articolo ha parlato a lungo della generosità dei milanesi, protagonisti di lasciti e testamenti solidali sempre più generosi.
Il servizio del Corsera, già nel titolo, esemplifica cosa stia accadendo: “Eredità dei milanesi, negli ultimi 5 anni raddoppiati i lasciti a istituzioni e no-profit: più consapevoli, ma anche più soli”.
L’osservatorio
L’articolo analizza i dati emersi dall’Osservatorio sui lasciti testamentari, ideato da Walden Lab in collaborazione con Eumetra, mettendo in luce un trend meneghino in forte crescita.
Crescono i lasciti solidali in tutto il paese, ma Milano viaggia sopra la media. In Italia solo il 12% delle persone sceglie di fare testamento, mentre nel capoluogo lombardo la quota sale al 14-15%.
Il risultato è un impatto economico e sociale sostanzialmente raddoppiato. Negli ultimi cinque anni il peso economico dei lasciti solidali sul totale della raccolta fondi del Terzo Settore è quasi raddoppiato, passando dall’8% al 14%.
Secondo gli esperti, questa generosità si basa sulla storica attenzione milanese verso il bene comune e sulla forte presenza sul territorio di grandi onlus. Che sono organizzate e forti, investono molto nella comunicazione, oltre ad avere un naturale e benefico appeal.
C’è però anche un risvolto sociale legato alla demografia: l’aumento dei testamenti riflette una maggiore consapevolezza, ma è anche lo specchio di una popolazione sempre più anziana e sola, spesso senza eredi diretti.

Longevity in senso ampio
Aspetto collegato, un altro articolo dello stesso numero del Corsera accenna al convegno ABI “Un Paese che (non) invecchia. Demografia, crescita e inclusione: le banche alla prova longevity”, tenutosi a Roma il 18 maggio 2026, organizzato dal Comitato tecnico strategico ABI “Evoluzione Demografica e Servizi Bancari”, con supporto di BPER Banca.
Il convegno dell’ABI aveva come focus il trasferimento imminente di 6.400 miliardi di capitali ad una nuova generazione di eredi, in un contesto in cui gli anziani soli passeranno da 4,6 a 6,5 milioni.
L’obiettivo era leggere l’invecchiamento non solo come tema sociale, ma come trasformazione strutturale per società. Rilevante per l’economia, il welfare, le banche, il risparmio, la consulenza, l’inclusione finanziaria e il passaggio generazionale, ma anche le prospettive del terzo settore.

Il dato sugli anziani soli viene dalle previsioni Istat: nel 2024, tra i 9,7 milioni di persone sole in Italia, 4,6 milioni avevano 65 anni o più; entro il 2050 gli over 65 soli sono previsti in crescita fino a 6,5 milioni. Il dato è importante perché lega longevità, solitudine, bisogno di assistenza, gestione del patrimonio e accesso ai servizi.
Il tema dei 6.400 miliardi di euro riguarda invece il grande passaggio generazionale della ricchezza italiana: nei prossimi vent’anni una quota enorme di patrimonio passerà dagli attuali detentori – spesso over 55 o over 65 – a figli e nipoti.

La dichiarazione più interessante, su questo tema, quella di Accenture, attribuita a Paolo Ceschi, Financial Services Lead di Accenture. La ricchezza italiana è oggi concentrata nelle generazioni più mature e la “longevity” diventerà sempre più centrale per banche e consulenti, nonché per ETS e fundraiser. Secondo Ceschi, l’AI potrà potenziare il lavoro del consulente, ma nei momenti delicati – denaro, famiglia, futuro, successioni – la relazione umana resterà decisiva.