Wagner in Africa, ecco cosa rimane del ruolo russo nel continente

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Che cosa ne è stato della Wagner? A oltre due anni dalla morte di Yevgeny Prigožin, il fondatore del Gruppo mercenario russo attivo in Africa, le attività di Mosca nell’area non si sono affatto arrestate. Al contrario, secondo numerose inchieste internazionali, si sono riorganizzate in modo più centralizzato e strategico.

Una notizia racconta come il Servizio di Intelligence Estero Russo (SVR) abbia assunto il controllo diretto delle operazioni di manipolazione informativa una volta gestite dalla rete politico-mediatica di Prigožin. Le fughe di documenti alla base dell’indagine di Forbidden Stories e altri partner giornalistici suggeriscono l’esistenza di una struttura complessa, denominata The Company o Africa Politology, composta da decine di specialisti incaricati di monitorare scenari politici in numerosi paesi africani, condurre sondaggi e orchestrare massicce campagne di disinformazione. Queste rivelazioni si inseriscono in un quadr geopolitico africano già profondamente trasformato dalla transizione post-Wagner.

Da Wagner ad Africa Corps

Dopo la morte di Prigožin nel 2023, Mosca ha avviato una ridefinizione delle proprie strutture di potere in Africa, trasferendo le operazioni militari del gruppo sotto un nuovo ombrello chiamato Africa Corps, diretto dal Ministero della Difesa russo, mentre l’SVR ha assunto la guida delle operazioni politiche e di influenza.

L’Africa Corps, secondo varie analisi, continua a espandere la sua presenza in paesi strategici come Mali, Burkina Faso e Niger, replicando in parte il modello operativo del Wagner: supporto ai regimi militari, protezione di giunte anti-occidentali e accesso privilegiato alle risorse naturali. Questa espansione è coerente con la strategia russa di riposizionarsi come partner di riferimento per governi africani in cerca di alternative alle potenze occidentali.

L’Ucraina chiama

Tuttavia, se il dispositivo di influenza si è consolidato, l’impegno russo in Africa non è privo di fragilità. Con la guerra in Ucraina ancora in corso e assorbendo la maggior parte dell’attenzione strategica del Cremlino, Mosca rischia di non poter sostenere indefinitamente la crescita del proprio apparato africano. Alcune analisi suggeriscono che la Russia abbia scelto di ridurre interventi diretti in altri teatri nel periodo 2024–2025, per esempio nel Caucaso e in Medio Oriente, concentrando le risorse sulla guerra. Questa concentrazione potrebbe aprire spazi a nuovi competitori, in particolare la Turchia, che negli ultimi dieci anni ha moltiplicato investimenti, basi militari, missioni di addestramento e partnership economiche in tutto il continente.

La Turchia, infatti, soprattutto nel Corno d’Africa e nell’Africa occidentale, ha adottato una strategia multidimensionale che combina aiuti umanitari, investimenti infrastrutturali, commercio, soft power religioso e culturale, vendita di armamenti e presenza militare. Ankara oggi gestisce la più grande base militare turca all’estero a Mogadiscio, addestra forze locali, finanzia infrastrutture critiche e offre partnership percepite come “non intrusive” rispetto alle tradizionali potenze occidentali o ai modelli più rigidi di Cina e Russia. Questo le consente di apparire come un attore alternativo e potenzialmente meno compromettente.

Competizione multilivello

In alcune regioni – come il Sahel, il Corno d’Africa e il Golfo di Guinea – sta progressivamente emergendo un sistema di competizione multilivello. La Russia, tramite Africa Corps e SVR, punta a consolidare regimi amici, ottenere accesso a porti strategici e risorse minerarie, e diffondere narrazioni anti-occidentali. La Turchia, dal canto suo, cerca di rafforzare la propria influenza attraverso cooperazione economica, addestramento militare e diplomazia attiva. Nel frattempo, Cina, Stati Uniti, Francia e paesi del Golfo mantengono interessi e politiche proprie, generando un ambiente altamente frammentato e fluido.

Il quadro delle alleanze non è più rigidamente definito come in passato. Molti governi africani adottano un approccio pragmatico e multilaterale, scegliendo partner diversi a seconda delle necessità: sicurezza, investimenti, sostegno politico o sviluppo infrastrutturale. In questo contesto, la Russia offre supporto militare e strumenti di propaganda; la Turchia propone un modello che unisce sicurezza, religione e commercio; la Cina continua a dominare la dimensione infrastrutturale; e gli Stati Uniti cercano di preservare alleanze storiche.