Triangolo diplomatico da riconsiderare per Kenya, Usa e Sudafrica. Kenya e Sudafrica erano fino a pochi mesi fa un elemento chiave della politica regionale degli Usa, decisivi per stabilizzare il continente nella strategica porzione del sudovest. Ora le cose sono cambiate.
Sullo sfondo e nella memoria la visita alla Casa Bianca di alcuni mesi fa del presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa, bullizzato in quell’occasione da Donald Trump, anche l’attualità racconta di rapporti tesi tra Washington e Johannesburg. Con la conseguenza che finiscono per incrinarsi anche altre relazioni interafricane. Sudafrica e Kenya sono in buoni rapporti. Non fosse così Nairobi non avrebbe, ad esempio, ceduto una quota importante del gioiello Safaricom in via di privatizzazione, alla sudafricana Vodacom. Ma ora le cose sono cambiate.
Un triangolo scaleno
Un raid del Dipartimento degli Affari Interni sudafricano in un centro di Johannesburg che processava pratiche per il programma rifugiati degli Stati Uniti ha riacceso i riflettori sulle tensioni diplomatiche esistenti fra tre Paesi.
Sette cittadini kenioti sono stati arrestati perché lavoravano con visti turistici, dunque senza autorizzazione; saranno espulsi e colpiti da un divieto di reingresso per cinque anni. L’operazione non è avvenuta in un sito diplomatico e nessun funzionario statunitense è stato fermato, ma il caso ha scatenato una crisi politica.
Washington ha reagito duramente. “Interferire nelle nostre operazioni per i rifugiati è inaccettabile”, ha dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato, annunciando la richiesta di chiarimenti immediati a Pretoria.

Secondo l’ambasciata Usa, la lavorazione dei dossier dei sudafricani bianchi è affidata a RSC Africa, centro con sede in Kenya gestito da Church World Service. Proprio il coinvolgimento di personale keniota senza permesso in Sudafrica — dopo che richieste di visto di lavoro erano state respinte — è al centro delle contestazioni di Pretoria, che ha aperto un canale formale con Washington e Nairobi.
La scelta della Casa Bianca
Sul fondo, c’è la nuova architettura del programma rifugiati decisa dall’amministrazione Trump. A fine ottobre 2025 la Casa Bianca ha fissato a 7.500 il tetto annuale di ammissioni per l’anno fiscale 2026 — il livello più basso dalla nascita del sistema moderno — e ha indicato che la gran parte dei posti sarà riservata agli afrikaner sudafricani, discendenti dei coloni europei. Il taglio è drastico rispetto al tetto di 125.000 dell’anno precedente e ha suscitato accuse di favoritismo ideologico da parte di ong e operatori del settore. Il primo gruppo di afrikaner è arrivato negli Stati Uniti a maggio 2025, simbolo di una corsia preferenziale che molti considerano una rottura con l’approccio universalista del passato.
Pretoria rifiuta la narrativa della “persecuzione dei bianchi” in Sudafrica, sostenuta con forza da Trump e più volte respinta da analisti indipendenti. Il governo sottolinea che, nonostante la legge che consente in casi rari l’esproprio senza indennizzo, nessuna confisca è stata eseguita. Per la Casa Bianca, invece, il dossier afrikaner è segno di un Sudafrica “ostile” e di un governo colpevole di tollerare discriminazioni; per Ramaphosa, è un uso strumentale di questioni interne — sicurezza rurale, riforma agraria, memoria dell’apartheid — che travisa dati e contesti.
Una faglia delicata
Il caso dei kenioti arrestati rende esplicita un’ulteriore faglia: l’impatto del trumpismo sugli equilibri interafricani. Con i processi di selezione esternalizzati a RSC Africa in Kenya, e con squadre mobili che si spostano in Sudafrica per istruire pratiche su un bacino di candidati privilegiati, ogni frizione amministrativa si trasforma in incidente diplomatico a tre.

Nairobi si ritrova coinvolta “per procura”: da un lato è sede dell’infrastruttura tecnica americana, dall’altro è esposta alla responsabilità dei propri cittadini che, se impiegati senza i visti corretti in territorio sudafricano, finiscono espulsi e banditi per cinque anni. Questo alimenta sospetti e recriminazioni reciproche tra capitali africane, proprio mentre i governi cercano di coordinarsi su migrazioni, lavoro e sicurezza regionale.
La spirale ha già avuto ricadute visibili sul piano multilaterale. Nel 2025 la rinnovata freddezza bilaterale ha toccato il G20: gli Stati Uniti hanno boicottato il vertice ospitato dal Sudafrica.
Narrazione e contro narrazione
La logica di Washington del resto in questa fase sugli immigrati è chiara: restringere al minimo l’accoglienza, concentrare le poche quote su un gruppo “affine” dal punto di vista politico-identitario e usare la leva migratoria come messaggio geopolitico.
Per il Sudafrica, la contro-narrazione è duplice. La sicurezza rurale e la violenza criminale colpiscono tutte le comunità e non configurano persecuzione statuale contro i bianchi, come invece sostenuto, tra le altre figure del mondo trumpiano, da Elon Musk.

La riforma agraria, pur controversa, non è stata attuata con espropri di massa, né tanto meno orientata da criteri razziali; è piuttosto incardinata in un processo legale e politico ancora in corso.
Gli Stati Uniti hanno riconfigurato il proprio programma rifugiati, riducendolo all’osso e piegandolo a un’agenda identitaria; il Sudafrica fa rispettare le proprie leggi migratorie e rivendica sovranità narrativa. Il Kenya è costretto a bilanciare la partnership con Washington con il rispetto delle norme dei vicini. Finché il dossier afrikaner resterà il prisma attraverso cui la Casa Bianca osserva Pretoria, ogni atto amministrativo potrà diventare casus belli. La diplomazia può ancora riportare il confronto entro binari tecnici, ma bisogna mettere da parte la propaganda.